Codex aesinas, passa per Jesi il mito nazista

 

Cosa c’entra Jesi con la grandezza della stirpe germanica? Il nesso potrebbe sembrare Federico II Hohenstaufen, che in Vallesina nacque nel 1194 e fu grande re della Germania e imperatore dei Romani.

La traccia è invece un’altra. E porta a un libro raro, un libro che diventa “molto pericoloso”. Lo cerca nel settembre 1943 Heinrich Himmler, braccio destro del fuhrer Adolf Hitler. L’autore è Cornelio Tacito, che lo scrive nel 98 dopo Cristo. L’opera (De origine et situ Germanorum) non appare quel compendio che possa soddisfare la curiosità etnografica dei vertici nazisti, ma il desiderio di possedere quella disamina sulle origini incorrotte del popolo germanico diventa spasmodico. Il contesto del secolo breve aumenta il feeling con questa ricerca ossessiva; l’imponderabile caccia cresce delirante proprio nel momento in cui l’architettura politico-militare del Reichsfuhrer sta per crollare.

Sembra un film, ma è tutto vero. L’antico manoscritto è conservato vicino Jesi, il proprietario è un nobile del posto, Aurelio Baldeschi Balleani, sfollato dalla sua villa Fontedamo. Si nasconde dalle parti di Osimo. Forse.

I tedeschi lo inseguono, vogliono quel libro, il Codex aesinas, perché è il più antico manoscritto della Germania di Tacito e risale al XV secolo. Già negli anni Trenta i tedeschi lo cercavano. Avevano fatto pressioni su Bottai ministro della Cultura. Hitler ne aveva parlato con Mussolini. Sembrava una stranezza senza seguito, una delle tante pagine oscure del nazismo. Invece nel momento cruciale della guerra quella smania torna con forza. Prima, nel recente passato e radioso delle svastiche, era sembrata meno urgente.

Lo scenario è nostro. Persino le prime tracce del manoscritto sono marchigiane, datate intorno al 1450. Il libro lo scopre l’accademico Enoch di Ascoli, educatore di Piero e Giovanni de’ Medici. Rimane in dotazione al Vaticano o forse sparisce proprio in quegli anni. Risbuca chissà perché a Jesi, nel 1901, deve saperne qualcosa papa Niccolò V, o lo stesso ascolano Enoch, allievo di Francesco Filelfo.

Dagli inizi del Novecento diventa dunque Codex aesinas. Quattro secoli dopo inizia la caccia al libro. Al nazismo piace questa origine pura, la grandiosità primordiale dei germani contro la fiacchezza e la corruzione del mondo. Secondo alcuni studiosi nazional socialisti la prima lingua non fu l’ebraico ma il tedesco, ipotizzando che Adamo fosse quindi germanico. Himmler interpreta questa ricerca delle origini come un necessario sigillo d’identità. Scrive nel 1943: “Un popolo vivrà felicemente nel presente e nel futuro, finché ricorderà il suo passato e la grandezza dei suoi antenati”. Una grandeur incerta e storicamente difficile da dimostrare se, come notava Hitler, “al tempo in cui i nostri antenati producevano piatti di pietra e vasi di argilla, i Greci stavano costruendo l’acropoli”.

Paradossale e indicativo di una deriva folle è questa scansione temporale che data la ricerca nel momento in cui il nazismo precipita il mondo nella crisi distruttiva della seconda guerra planetaria.

Il tema della razza è quello che porta ad Auschwitz. Il mondo è in fiamme, ma bisogna trovare il Codex aesinas, originale testimone della grandezza tedesca. Le Ss mandate da Himmler cercano a Jesi, in casa del nobile Balleani. Il libro è nascosto lì, ma non lo trovano. Il conte lo affida all’istituto romano di patologia del libro, quindi il prezioso manoscritto torna nella capitale.

Alla fine degli anni Cinquanta lo ritroviamo in riva all’Arno: il nobile Balleani lo protegge nei caveau della sede fiorentina del Banco di Sicilia. L’alluvione di Firenze lo danneggia, ma viene restaurato dai monaci amanuensi dell’abbazia di Grottaferrata. Dopo la morte di Baldeschi Balleani il manoscritto arriva infine alla Biblioteca nazionale di Roma.

Sembra veramente un film. La storia è stata ricostruita dal brillante cattedratico Christopher  Krebs della Stanford University (ha insegnato non a caso ad Harvard, Berlino e Oxford), in un viaggio affascinante tra monasteri, tribunali e biblioteche. “La Germania di Tacito dall’Impero romano al Terzo reich” è un successo in terra tedesca. Uscito anche in Spagna e negli Stati Uniti (recensito fra gli altri da El Pais e dal Washington Post) è stato pubblicato in Italia dall’editore anconetano Il Lavoro editoriale, grazie al sostegno dell’imprenditore Gennaro Pieralisi e della Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi.

Ha scritto Arnaldo Momigliano che “la Germania di Tacito è uno dei cento libri più pericolosi che siano mai stati scritti”. L’incitamento al nazismo è in realtà del tutto teorico: niente dell’ascesa al potere del “nazismo magico” può essere imputata al manoscritto. La bibbia degli ariani razza superiore non esiste. Ma lo sviamento dei fatti è un tratto essenziale delle esperienze totalitarie seguite in Europa all’eredità della Grande guerra. Il nazismo tedesco, il franchismo in Spagna e soprattutto l’esempio primigenio del fascismo italiano, sono prodotti autentici di quella guerra.

Paolo Boldrini, Codex aesinas, passa per Jesi il mito nazista, Corriere Adriatico, 16 dicembre 2012