Con il Preambolo il premier è marchigiano

 

Non ci sono ministri marchigiani nel neonato governo presieduto dall’economista Mario Monti. Ce ne faremo una ragione. Magari ricordando gli antichi fasti di una terra che ha avuto rappresentanti di rilievo, e qualche miracolato dai tempi e dalla storia. In una disamina controcorrente della rappresentanza politica marchigiana spiccano due pesaresi. Celebre il secondo (l’ex mezzala della Vis Pesaro Arnaldo Forlani) pressoché sconosciuto il primo. Si chiamava Raffaello Riccardi. Nato a Mosca nel 1899 da madre russa, è il fascista numero uno della provincia. Paolo Giovannini dell’università di Camerino ha raccontato come abbia normalizzato i rossi pesaresi, qui ci interessa ricordare il ministro per gli Scambi e valute (oggi sarebbe il Commercio estero), con Montanelli che lo ha svalutato come “più bravo negli scambi di legnate”. È il protagonista di una vicenda mai chiarita: la curatela nell’esportazione di una montagna di lingotti tra il marzo e il maggio 1940. Il ministro pesarese seguì una serie di viaggi con cui Mussolini fece esportare qualcosa come 25 tonnellate d’oro negli Stati Uniti.

L’altro pesarese non ha alcuna vicinanza col predecessore. Forlani esordisce nel primo governo Rumor, nel dicembre 1968. Le Marche erano rappresentate dal ministro del Lavoro Giacomo Brodolini e appunto dal futuro presidente del Consiglio Arnaldo Forlani, che stava alle Partecipazioni statali.

Nel novembre 1969, Forlani sale alla carica di segretario nazionale della Democrazia Cristiana, dopo aver preso parte, ancora come ministro (per i rapporti con l’Onu) al secondo governo Rumor. Torna alle Partecipazioni statali nel quarto e quinto governo Moro. Nel ’76 è ministro delle Difesa nel terzo, quarto e quinto governo Andreotti. Sono gli anni della Solidarietà nazionale e della frattura fra le due anime del partito cattolico, quella dorotea del centro-sinistra tradizionale e quella dell’incontro-scontro col partito comunista.

Esaurita quella fase con la tragica uscita di scena del leader pugliese (un delitto di abbandono, scrisse Carlo Bo), torna l’asse preferenziale Dc-Psi.

Forlani è un vero protagonista delle alleanze che hanno caratterizzato la lunga stagione del sistema di potere della Dc, che è durato più del fascismo e del giolittismo messi assieme. Fu di Arnaldo la creazione del cosiddetto Preambolo, che viveva del rapporto con il Psi e i partiti minori del pentapartito Dc-Psi-Pri-Psdi-Pli.

Il Preambolo, prodotto della corrente dorotea, è una delle parole magiche dell’Italia democristiana che ha prodotto anche le “convergenze parallele”, la “reversibilità delle formule”, e una variopinta scena lessicale, innovativa, molto spesso, solo a parole.

La sua carriera di ministro prosegue sulla poltrona di presidente del Consiglio (1980-81) e poi come vice nella lunga stagione craxiana. Perno del Caf (Craxi-Andreotti-Forlani), prova nel ’92 la presidenza della Repubblica. Non ha successo, poi è travolto anche lui dalla bufera di Tangentopoli.

Da quelle ceneri escono i governi Amato e Ciampi. In entrambe c’è il fabrianese Francesco Merloni ai Lavori pubblici. L’onorevole scrive una legge che riordina il settore e prova con qualche successo a mettere fine allo strapotere delle imprese malloppiste che hanno costruito poco, devastato molto e di certo le finanze pubbliche.

Altri fabrianesi sono stati al governo. Il primo fu il ministro delle Poste Enrico Stelluti Scala (1903, secondo governo Giolitti), poi l’industriale della carta Giambattista Miliani, ministro dell’Agricoltura nel governo di Vittorio Emanuele Orlando (1917-1919). In quel ministero c’era anche Luigi Dari da Folignano, liberale che fu pure sindaco di Ancona. Stava ai Lavori pubblici e non era certo un neofita della politica: già nel primo governo Salandra (1914) era stato ministro di Grazia e giustizia.

A destra piegò tanti anni più tardi un altro marchigiano illustre, l’avvocato Fernando Tambroni. Nativo di Ascoli, il deputato era in quota alla sinistra Dc come ministro del Tesoro nel secondo governo Segni (1960). Caduto sulle polemiche di una possibile apertura ai socialisti, Segni non riesce a formare un nuovo esecutivo. Il presidente Gronchi chiama Tambroni a formare uno dei classici governi dal fiato corto, un monocolore che alla prova dei fatti ottiene il sostegno dei post fascisti del Msi. L’ex ministro del Tesoro (che nel ventennio aveva aderito al partito fascista) viene invitato dalla Dc a lasciare, il Msi decide per un congresso a Genova, città da cui era partito il 25 aprile. Tornano i fantasmi del regime. La mezza rivolta di Genova e un vasto movimento di opinione pubblica costringono Tambroni alla resa.

Prima di lui un marchigiano era andato al governo coi fascisti veri: Silvio Gai da Recanati. Nel 1922 è viceministro del Lavoro, con Mussolini che assume ad interim il dicastero. Recanati avrà altri due ministri su quella poltrona, uomini di ben altro spessore: Giacomo Brodolini e Franco Foschi. Lo psichiatra Dc era un patito di Giacomo Leopardi. Al nome del socialista Brodolini (più tardi socialdemocratico) è invece legato lo Statuto dei lavoratori, una carta di diritti oggi insidiata dalla fobia riformatrice indotta dalla globalizzazione e vellicata dai tanti sofisti a buon mercato.

 

Paolo Boldrini, Con il Preambolo il premier è marchigiano, Corriere Adriatico, 20 novembre 2011