Conflitto d’interessi e c’è chi si dimette

Anche nel primo stato unitario c’erano i conflitti di interesse, le transazioni mediane, le candidature sospette. Forse c’era anche la categoria un po’ feudale dei “responsabili”, portatori d’acqua e valenti sherpa dell’Appennino. I piemontesi temevano gli incroci di potere non controllabili e all’indomani della creazione dello stato nuovo cercavano una sistemazione che imponesse un cambio di marcia visibile nelle Marche dell’ex Papa Re. Alle prime elezioni del 1861 Cavour è capolista in Ancona. Il conte sa bene quanto ha scoperto a sue spese il commissario Lorenzo Valerio: i liberali di Ancona, o almeno una parte di essi, avevano fatto discreti affari con la Chiesa e da buoni marchigiani usi ad aggiustarsi, erano talvolta passati su posizioni fortemente anticlericali. La situazione era simile a Pesaro, persino più intricata a Macerata, per non parlare di Ascoli e Fermo, dove più forte era il sentimento papale. Di uomini di assoluta fiducia ce n’erano pochi. Valerio e il suo braccio destro, il cesenate Gaspare Finali, avevano un modello di riferimento: Luigi Mercantini. Potendo lo avrebbero clonato. Scelgono il poeta nato a Ripatransone per la prima operazione di potere: la creazione del Corriere delle Marche. Un’apertura al nuovo che vede Mercantini protagonista, uomo giusto al momento giusto. Segretario del Circolo popolare di Senigallia (città dove insegnava Umanità e Retorica), con la fine della Repubblica Romana fugge a Zante, ma sarà poi esule anche in Piemonte, in chiaro contatto con gli ambienti che faranno l’Italia. Valerio lo stima, si fida di lui, del giornalista che farà una brillante carriera accademica e sa trattare con quei cattolici un po’ trasformisti che tentavano di riciclarsi dopo essere stati al fianco del papa.

Mercantini conosce bene la realtà cattolica delle Marche. Era stato in seminario a Fossombrone (Fanciullo al bel Metauro in riva/ senza gioie crescea/ sola dolcezza la materna carezza/ ché la tenera gola a me feriva/ per tirarmi all’altare/ tormentoso collare/ che un dì per via, or mi ricordo, appeso/ a una siepe lasciai), dai Gesuiti a Fano, il padre -segretario del Vescovo monsignor Ugolini- lo voleva prete, al punto da contrastare in maniera robusta il fidanzamento con Anna Bruni, una bellezza di Arcevia che diventerà sua moglie.

E Mercantini è lo stesso caro a Garibaldi, incontrato nel dicembre 1858 a Genova, nella dimora del patriota bergamasco Gabriele Camozzi. E’ il Mercantini del ricordo di Pisacane nella Spigolatrice di Sapri, (“eran trecento, eran giovani e forti…”) il poeta cui la camicia rossa propone di comporre un inno per i volontari. Sarà l’inno di Garibaldi (“si scopron le tombe, si levano i morti, i martiri nostri son tutti risorti”) musicato da Alessio Olivieri, capobanda di un reggimento dell’esercito, che accompagnerà i combattenti col ritornello: “Va fuori d’Italia, va fuori ch’è l’ora, va fuori d’Italia, va fuori o stranier!”.

Proprio in quei giorni Garibaldi si avvicina a Cavour, alcuni mazziniani delusi o provati da Sapri passano con lui. Garibaldi diventa un punto di riferimento per agire in concreto, la pregiudiziale repubblicana è posposta all’obiettivo unitario. Solo Mazzini rimane sulle sue posizioni intransigenti della rivoluzione popolare antimonarchica. In questa temperie Mercantini c’è, e quando i piemontesi battono i papalini francesi a Castelfidardo, Cavour, Valerio e l’elite liberale piemontese lo vorrebbero dappertutto: direttore al Corriere, su una cattedra universitaria, persino deputato nel primo Parlamento per il collegio di Fabriano contro un liberale in sospetta collusione coi clericali, il marchese Niccolò Serafini (battuto con l’81% dei consensi), contro cui il giornale sferra una battaglia durissima, e poco importa se -per incompatibilità con la cattedra- Mercantini il seggio lo deve lasciare sul serio.

Diventa lui il campione degli incarichi e sente di doversi dimettere: prima dalla direzione di quello che sarà il più longevo quotidiano delle Marche, poi dalla carica di parlamentare. Gli resta quella di professore di Storia e Critica estetica all’Accademia di Bologna.

Al giornale la consorteria anconetana lo sostituisce serrando le fila e riproponendo l’asse dei più vicini a Valerio: Annibale Ninchi, Ignazio Serbucci, i fratelli Orsi, i Terni, Cesare Benincasa.

Per Fabriano Mercantini fa il deputato solo per due mesi, con grave scorno dei liberali dell’Alta Vallesina ch’erano orgogliosi di essere rappresentati dal vero cantore del Risorgimento.

Rammarico anche nel suo Corriere delle Marche. Il giornale riproduce per intero il resoconto della seduta parlamentare in cui i discute della sua incompatibilità, a partire dall’analisi dello scrutinio delle quattro sezioni del collegio (Fabriano, Arcevia, Montecarotto e Sassoferrato), fatta da un fedelissimo di Cavour, il deputato piacentino Carlo Fioruzzi.

Le Marche lo salutano: “per la indelebile memoria e desiderio che lasciò di se”. E i colleghi del giornale aggiungono: “le nostre province avrebbero avuto uno de’ più validi appoggi, e per i particolari interessi, e per quelli maggiori della causa nazionale, nella persona dell’egregio nostro professor Luigi Mercantini, meritatamente eletto Deputato dal collegio di Fabriano”.

Paolo Boldrini, Conflitto d’interessi e c’è chi si dimette, Corriere Adriatico, 15 maggio 2011