Dal primo dopoguerra al giornale fascista
 

La storia corre veloce. Il biennio rosso (1919-1920) si chiude a destra mentre il giornale del primo dopoguerra si distingue per l’appoggio al nascente movimento fascista. Un sostegno arrivato per gradi, secondo un processo che segue la crisi del primo dopoguerra. La fine del sistema di potere che ha nel notabilato liberale il suo perno, trova nella questione adriatica e nell’antigiolittismo aspro della compagine che fa capo a Sidney Sonnino un suo modo di essere, una politica chiusa all’esordio delle masse nella vita politica. Il fascismo è appoggiato dal giornale quale “espressione giovanile della nostra stessa dottrina”, perché sembra volere la restaurazione delle idealità liberali, un freno all’avanzata socialista e popolare.

Il biennio rosso, le agitazioni sociali per il carovita, il moto insurrezionale di Ancona nel giugno 1920 (la rivolta dei Bersaglieri della caserma Villarey) hanno una lettura del tutto negativa. Rappresentano una novità sgradevole che l’ala destra del liberalismo di destra può mettere a tacere.

Il giornale è a disposizione dei fascisti. Quando, dopo il delitto Matteotti, Vettori capisce l’effettiva cifra del fascismo, è oramai troppo tardi. La redazione è solo in parte con lui, il processo di mutazione del giornale è già in marcia. La Federazione provinciale fascista conquista il foglio di Ancona, rimette in sella l’ex caporedattore licenziato da Vettori, Serafino Mazzolini, leader silenzioso della nuova classe dirigente.

Inizia una modernizzazione del quotidiano delle Marche. Il giornale cambia, come cambia la regione. Quando la piega degli eventi personali di Mazzolini muove verso la carriera diplomatica in Brasile, il giornale ha formalmente in sella il suo vice Nino Carlassare, ma dietro le quinte c’è il partito fascista con Giuseppe Avenanti, il duro del fascismo anconetano, Enrico Fabi già sindaco di Ancona e Silvio Gai capo dei fasci marchigiani, il recanatese in orbace.

Sono giornalisti ma anche politici e il regime li chiama presto in giro per l’Italia.

Ad Ancona arriva così Alighiero Castelli, avvocato di Ascoli, penna fluente e testa pensante della lobby picena nella Dorica, autore di polemiche robuste. Senza paura. Anche col Vaticano.

Quando alla fine degli anni ’20 il giornale diventa in tutto e per tutto organo di partito, Castelli è sostituito da un fedelissimo del duce, il romano Ernesto Daquanno.

Negli anni ’30 la società marchigiana si allinea al nuovo corso. Plaude alla visita di Mussolini ad Ancona, accarezza l’idea della villeggiatura di massa, sulla riviera vicina, con le vacanze borghesi a Falconara come a San Benedetto del Tronto, a Fano come a Porto San Giorgio. Nel 1933 nasce la Fiera della Pesca di Ancona.

Dicevamo di Daquanno, il direttore perito di morte cruenta. Perché dopo il Corriere Adriatico, dirigerà il Messaggero, poi La Stampa ma la sua carriera finisce sul più bello, dopo la direzione dell’Agenzia Stefani. Daquanno è nella colonna che sale verso il confine svizzero, fedele fino all’ultimo: morirà mitragliato con lo squadrista di Predappio, nel rito sacrificale di Dongo.

 

Paolo Boldrini, Dal primo dopoguerra al giornale fascista, in “150 anni di Corriere Adriatico”, a cura di Lucilla Niccolini, testi di Paolo Boldrini, Massimo Papini, Mariano Guzzini, Ancona 2010.