L’eroe dimenticato

 

Corfù, giugno 1844. Carlo Osmani, anconetano di cui s’è persa la memoria, aveva allora venticinque anni. Stava sull’isola jonica per motivi di lavoro, non come il celebre conterraneo Luigi Mercantini, che ci arriverà da esule, dopo aver difeso nelle Marche la Repubblica romana del 1849.

Carlo incontra Nicola Ricciotti, laziale di Frosinone, maggiore dell’esercito costituzionale spagnolo, famoso nella dorica per via delle sue gesta (e per la fondazione della congrega anconetana de La Giovine Italia nel 1832, con tanto di lapide in piazza del Papa), e questi gli racconta delle voci su una possibile insurrezione. Pareva che i calabresi fossero pronti ad attaccare i Borbone.

L’antefatto era successo a Cosenza, solo tre mesi prima, il 15 marzo 1844, quando un tentativo insurrezionale organizzato dal comitato liberale napoletano era però finito male. I ribelli erano stati fucilati.

La voce di una vera insurrezione in Calabria era giunta ai fratelli veneziani Attilio ed Emilio Bandiera, giovani liberali fondatori di una loro società segreta, l’Esperia. Sulla scia dell’entusiasmo suscitato dalla rivolta, decisero di organizzare una sollevazione popolare nel Sud Italia, partendo proprio dalla Calabria, laddove sembrava avesse maggiormente seguito lo spirito libertario di Mazzini. Giovine Italia, Giovine Europa, clima carbonaro se non proprio giacobino crearono aspettative esagerate. La Calabria come avamposto della democrazia si rivelerà una costruzione molto fantasiosa.

False o vere che fossero, quelle voci mossero Carlo Osmani alla volta dell’impresa, assieme a diciotto rivoluzionari, fra i quali spiccavano appunto i fratelli Bandiera. Nella notte del 16 giugno gli arditi sbarcarono alla foce del Neto, a pochi chilometri da Crotone. Li attendeva una doccia fredda: non c’era alcuna insurrezione. Non essendo nelle condizioni di riprendere il mare, dormirono nella chiesetta del marchese Majda e l’indomani decisero di avanzare nelle campagne in direzione di Cosenza. Furono traditi da un loro compagno -tale Pietro Boccheciampe- che li denunciò ai militi di Crotone. Finirono accerchiati da gendarmi e civili coi quali ingaggiarono un conflitto a fuoco. Restarono sul terreno i fratelli Francesco e Giuseppe Tesei di Pesaro, il primo dei quali morirà poco dopo, assieme al forlivese Giuseppe Miller. Due furono feriti gravemente (Anacarsi Nardi di Modena e Domenico Moro di Venezia). Tutti gli altri vennero arrestati: condotti in catene nella vicina San Giovanni in Fiore, finirono poi nel carcere di Cosenza. Si salvò dalla cattura solo il “Nivaro” la guida calabrese, un brigante che conosceva le valli silane. Un mese dopo furono giudicati dal Tribunale militare e condannati a morte. In coro accolsero la sentenza, narrano le cronache, al grido di “Viva l’Italia!”

Attilio ed Emilio Bandiera erano ufficiali della Marina austriaca, come Domenico Moro. Nardi faceva l’avvocato, Giuseppe Pacchioni lo scultore. Gli altri erano tutti operai o artigiani: Osmani, Berti, Manessi, Venerucci, Lupatelli e Rocca.

Il 25 luglio 1844 era la data scritta per l’esecuzione.

Il commando di rivoluzionari rifiutò il conforto di preti e frati ed accettò solo il sacerdote Beniamino De Rose, un liberale che i Borbone avranno modo di bastonare.

A quattro ore dalla fucilazione, il colpo di scena: arriva il maggiore Filippo Flores, presidente del consiglio di guerra. Ha in mano la grazia per Osmani, Manessi e Pacchioni, i più giovani. “Gran Dio” esclamò Attilio Bandiera. “Tre vittime di meno. Con più coraggio ora affronteremo la morte!”. Il giovane di Ancona disse, tra lo stupore generale: “Io non accetto la grazia, lasciatemi morire con i miei compagni”. “Non si può”, rispose Flores, “Gli ordini sono venuti da Napoli. Vi condurrò fuori con la forza”.

Attilio Bandiera lasciò loro un testamento morale: “Fratelli graziati, amatevi. Fate il bene, fuggite il male e sarete protetti da Dio e imitati dagli uomini”.

Pochi minuti dopo furono fucilati nel vallone di Rovito. I graziati vennero caricati a forza e trasportati all’isola di Santo Stefano, dove l’iniziale ergastolo fu commutato in “soli” cinque anni di galera. Lo sdegno per le loro condizioni si propagò oltre i confini dello stivale e i Borbone se ne liberarono: imbarcati su una nave diretta a Marsiglia furono lasciati nella città francese.

Osmani non imparò la lezione. Era un rivoluzionario vero, non come quelli che ad Ancona si fregiarono di titoli inesistenti a unità raggiunta. Lui riabbracciò la causa nazionale e prese parte alla guerra del 1848-49. Liberato il Veneto, nel 1866 ritroviamo Osmani con padre Bernardino De Rose in quel di Venezia a salutare insieme ad altri patrioti la baronessa Bandiera, madre degli eroi fratelli. Fu una scena pietosa, dicono le cronache.

L’eroe di Ancona invece non ebbe gloria. Tornato nella sua città, fu pressoché ignorato. Il Lucifero, giornale repubblicano, il 16 gennaio 1870 scrive che gli fu negato l’impiego di guardia del dazio e di “famiglio comunale”. Il Municipio di Ancona riteneva non all’altezza di uno ch’era stato anche ufficiale della Guardia Nazionale gli impieghi modesti cui Osmani aspirava. In questo modo fu condannato alla “più squallida miseria”, scrive ancora il foglio repubblicano. “Si corica digiuno incerto del pane del seguente dì. Se non mendica, gli è solamente perché non sa vincere la ripugnanza”.

Il ricordo sbiadito riappare come una colpa nell’epigrafe del cimitero di Tavernelle:

 

Carlo Osmani,

compagno dei Fratelli Bandiera

condannato a morte

fu graziato in conforteria.

Difese Ancona nel ‘49

Non ambì onori, né li ebbe.

Visse 81 anni

umile sellaio laborioso

venerato dai concittadini

che ricordano il sorridente

vegliardo dagli occhi azzurri.

Nacque e morì in Ancona

1819-1900

 

29.9.1928 il Comune di Ancona

 

Colui che scrisse una pagina importante della storia unitaria e della storia marchigiana, fu immortalato solo dai fascisti. Un fatto singolare, nell’Ancona democratica e garibaldina.

 

 

Paolo Boldrini, L’eroe dimenticato, Corriere Adriatico, 26 giugno 2011