Il Natale di sangue che costrinse il Vate alla resa
 

Disordini alla Camera? Tafferugli, sfide rusticane? Quisquilie. Pinzallacchere.

Niente a che vedere col clima cupo e pericoloso del Natale di sangue di novant’anni fa.

Le Marche erano in prima fila nel sogno eversivo di Fiume, l’odierna Rijeka, oggi placida terra croata.

Un passo indietro: con la sfilata dei cavalieri di Vittorio Veneto si compie la vera unità d’Italia. Il 1918 segna un traguardo lungamente atteso: l’Italia unica e sola. Il tricolore che sventola su un grande Paese e una grande vittoria. Si alza la nazione proletaria. Grazie al Patto di Londra abbiamo garantiti Trieste, la Venezia Giulia, Zara e la costa dalmata, persino il porto albanese di Valona.

Ma c’è il problema di Fiume, italiana in gran parte, ch’è estranea al Patto di Londra e non ci spetta. Nazionalisti e fascisti invocano il diritto di nazionalità per la città istriana. Lo stesso diritto negato per applicare il Patto e dunque per annettersi il resto, che tutto italiano non è. Un suicidio politico e diplomatico. Ci incartiamo nelle rivendicazioni. Gli americani non ci seguono, e neanche gli europei. Una battaglia mediatica esemplare -questa in fondo simile a certe dei nostri giorni- sposta l’attenzione dalla tremenda crisi del primo dopoguerra. D’Annunzio guida i legionari nell’occupazione di Fiume. Lo seguono pure alcune decine di patiti marchigiani della questione adriatica, che vogliono il controllo assoluto del mare nostro: nazionalisti, combattenti e reduci, taluni molto in vista. E poi militari e politici in cerca d’avventure, una bella genia di marchigiani focosi.

A Fiume sale l’astro del poeta-soldato. Una leader spiazzante.

Giolitti torna al governo nel giugno del 1920. Non può tollerare che il caso istriano crei problemi con la comunità internazionale e incarica il generale Enrico Caviglia di metter mano all’azione di forza. Una sorta di fuoco amico. Le cannonate di Caviglia, proprio nel Natale 1920, costringono alla resa il Vate. Dirà il poeta:

“Il delitto è consumato. Le truppe regie hanno dato a Fiume il Natale funebre. Nella notte trasportiamo sulle barelle i nostri feriti e i nostri morti. Resistiamo disperatamente, uno contro dieci, uno contro venti. Nessuno passerà, se non sopra i nostri corpi. Combatteremo tutta la notte. E domani alla prima luce del giorno speriamo di guardare in faccia gli assassini della città martire”.

Durissime le reazioni ad Ancona. Scrive Michelangelo Zirolo tutta l’amarezza di una città adriatica: “Rinunciatari d’ogni razza, disertori di Caporetto, esultate!”

 

 

Paolo Boldrini, Il Natale di sangue che costrinse il Vate alla resa, Corriere Adriatico, 19 dicembre 2010