Il Gol della bandiera, perdere fu come vincere

Sei a zero nel calcio è un cappotto. Perdere 8 a 1 gli somiglia da vicino, ma può essere una vittoria, se la partita chiude un’epoca di lutti e rovine.

Succede a Potenza Picena il 10 giugno 1946. Il gol della bandiera porta la firma di tale Antonio Bernacchia. Dettagli, perché vincono tutti, non ultimi i potentini che hanno finalmente un bel campo da calcio.

Gli uomini dell’Unione sportiva lo hanno realizzato proprio insieme ai soldati polacchi del IV Reggimento corazzato Skorpion, il Pulk 4 Pancerny di stanza a Potenza Picena che li batte con sette reti di scarto.

Complice la donazione di un terreno da parte della famiglia Favale-Scarfiotti (quella dell’avvocato Lodovico Scarfiotti, proprietario del cementificio di Porto Recanati e fondatore, assieme agli Agnelli, della Fiat di Torino) il gruppo italo polacco s’era da tempo messo all’opera per realizzare il campo.

Potenza Picena era stata liberata dai polacchi del generale Anders il 30 giugno del 1944, all’inizio delle violente operazioni militari nel settore adriatico. E il contributo dell’armata fu decisivo.

Ma come arrivarono i loro battaglioni nelle Marche? Facciamo un passo indietro.

L’armata polacca in esilio sbarca in Italia nel dicembre 1943 partendo dall’Egitto. È voluta dagli inglesi, che la inquadrano nella VIII armata britannica comandata dal generale Montgomery. Fa base in Puglia poi s’innesta nelle operazioni alleate.

Lancieri e fucilieri dei Carpazi andranno all’attacco dei tedeschi attestati in difesa della linea Gustav (tra Ortona e Gaeta). Il battesimo di sangue si compie in avvicinamento a Montecassino, luogo della tragedia in cui lasceranno un migliaio di morti e trecento dispersi. Ma prima hanno il tempo di saggiare l’Abruzzo meridionale: in Val di Sangro incontrano gli uomini della brigata Maiella, e iniziano con loro una collaborazione proficua.

I tedeschi sembrano ripiegare molto più a nord, in direzione della linea Gotica (da Spezia a Pesaro), in realtà difendono le posizioni tra il basso livornese e la val di Chienti. Il 17 giugno 1944 i polacchi del II corpo d’armata sostituiscono il V corpo inglese al comando delle operazioni nel settore adriatico.

Dipendono solo formalmente dalla Ottava armata britannica, perché hanno in pratica carta bianca sul piano militare. Sono con loro i ventimila uomini del generale Umberto Utili, comandante del Cil, il Corpo italiano di liberazione.

Nelle battaglie tra Ancona e Filottrano Utili può contare sui parà della Nembo. L’attacco alle postazioni tedesche è affidato ai polacchi lungo la fascia costiera e agli uomini del Cil nell’interno.

La serie di scontri si svolge tra il 21 giugno e il 2 settembre 1944. L’offensiva nelle Marche centrali vede il passaggio del Chienti e del Musone, poi le battaglie di Loreto e di Ancona. Il capoluogo è liberato il 18 luglio. La strategia del generale Anders si rivela vincente: simula l’attacco frontale verso Ancona da sud, mentre accerchia la città con truppe da nord all’altezza di Falconara. Il fianco sinistro è protetto nell’occasione dagli uomini del Cil. I polacchi entrano in città da Porta Santo Stefano. I loro Sherman possono così sfilare in corso Garibaldi.

Le operazioni si concludono il 2 settembre, quando il II° Corpo libera Pesaro e Gradara.

In patria la loro situazione è invece rovinosa: combattono insieme ai sovietici contro i tedeschi, ma al dunque i comandanti della resistenza polacca vengono fatti fuori o arrestati dalla Nkvd, la polizia “del popolo”. Decapitata la struttura, ai soldati viene offerto di entrare nell’armata filosovietica di Zigmunth Berling. L’alternativa sono i campi di lavoro in Urss. Nei fatti la Polonia passa dalla spartizione russo tedesca dell’anteguerra alla dominazione sovietica, dalla padella alla brace.

Nell’agosto del ‘44 i 36 mila dell’armata interna polacca resistono aspettando improbabili aiuti dagli alleati occidentali. Vengono sopraffatti dai tedeschi che scatenano l’offensiva e lo fanno -ironia della storia- con formazioni che comprendono persino la brigata Kaminsky, formata da cittadini sovietici che avevano aderito al nazismo.

Varsavia cade. La sua distruzione è un’ecatombe di quarantamila morti.

In Italia i polacchi delle Marche, come gli altri che hanno combattuto il nazismo all’estero, non accettano il nuovo governo comunista del loro paese, e in larga parte rifiutano il rimpatrio. Il generale Anders rappresenta con rabbia questa situazione al premier inglese Winston Churchill, il 26 agosto ‘44 a Fano.

Le ripercussioni confermano il difficile rapporto dei polacchi con le compagini partigiane più orientate. È in questo quadro che va letta la vicenda di Potenza Picena, approdo di un percorso che non sarà inusuale. Per molti di loro infatti la nuova patria sarà l’Italia. Si troveranno bene, come negli inizi potentini: buone integrazioni e almeno una trentina di matrimoni misti italo-polacchi in paese.

Quel campo da calcio fu anche un atto di amicizia nella disperazione della patria perduta.

L’armata proseguirà verso nord. Il 21 aprile 1945 i polacchi liberano Bologna.

Alla fine delle operazioni del II Corpo polacco sul fronte italiano tra Cassino, Ancona e l’Emilia si conteranno oltre quattromila morti e novemila feriti.

Poi Anders cercherà la strada di casa. Ma la Polonia occupata dai sovietici lo priva della cittadinanza assieme ad altri 75 ufficiali dell’esercito. È il settembre 1946. Da quella data vivrà esule a Londra, sino alla fine dei suoi giorni. Muore il 12 maggio 1970, e viene seppellito dove lui aveva chiesto: nel cimitero militare polacco di Montecassino, al fianco dei suoi compagni caduti in battaglia.

 

Paolo Boldrini, Il Gol della bandiera, perdere fu come vincere, Corriere Adriatico, 20 ottobre 2013