Il mistero di Adina

 

Gioacchino Rossini sapeva tutto. O forse niente. Chi c’è dietro Adina, la sua venticinquesima opera teatrale? Qual mistero si cela in quella farsa andata in scena in terra portoghese, nella Lisbona dell’Ottocento?

Dalle nebbie atlantiche spunta una pista convincente. Porta alla ballerina romana Margherita Bruni. La donna, di “lindas formas e portentoso nariz” (di belle forme e portentoso naso) è il centro della vicenda. Ma andiamo per gradi: l’opera è l’unica che il grande pesarese ha scritto per teatri non italiani o francesi. La sua genesi è oscura, come e più delle motivazioni per le quali andò in scena ben otto anni dopo essere stata commissionata. Il contratto è del 7 aprile 1818, il debutto al teatro Sao Carlos di Lisbona è del 22 giugno 1826.

Rossini ci lavorò convalescente da Bologna, tra aprile e maggio del 1818, in fretta e con occhio attento al Mosè in Egitto, cui stava lavorando in parallelo alla commissione portoghese.

Il percorso letterario e musicale è un prodotto a più mani conosciute: per i testi Rossini sceglie l’amico ferrarese Gherardo Aldobrandini Bevilacqua. Ma non è farina del suo sacco: il marchese aveva rimaneggiato il libretto de Il Califfo e la schiava di Felice Romani, iroso avvocato genovese che rifiutò la cattedra all’università di Pisa. Era un personaggio singolare il Romani, già librettista de La Norma musicata da Vincenzo Bellini.

 

L’opera di riduzione che svolge Aldobrandini Bevilacqua sul libretto di Felice Romani è illustrata nell’edizione critica di Adina che Fabrizio Della Seta ha curato nel 2000 per la Fondazione Rossini. Ma le novità sul nebuloso parto dell’opera lusitana vengono da Gianluca Nicolini, brillante musicologo di Marina di Montemarciano che ha prima inseguito le mosse del pesarese in terra italica per poi volare a Lisbona e ricostruire un retroscena intrigante, pubblicato dalla stessa Fondazione. Un giallo storico forse risolto, assai più intricato della trama di Adina. La storia dell’opera è ambientata a Bagdad. Il Califfo stravede per la schiava Adina, che gli ricorda un amore giovanile. La donna sembra starci ma poi rivede il suo innamorato Selimo, che credeva morto e decide di fuggire con lui. Ma alla fine c’è il colpo di scena: il Califfo scopre di essere il padre di Adina e dunque può dare il via libera alle nozze della figlia con Selimo.

 

Più complessa -dicevamo- è la trama italo-portoghese che la mette in scena. La “farsa in musica” risulta commissionata a Rossini nel dicembre del 1817 dal contrabbassista Gaetano Pezzana. Il musicista ha avuto il suo quarto d’ora di notorietà in terra lusitana, ma è solo un prestanome. Pezzana agisce formalmente su input del conte Emanuele Gnecco (nobile genovese per la cui figlia Rossini compose nel 1820 la cantata Il voto filiale), incaricato a sua volta da Giovanni Buzzone, notaio milanese. Dietro questo affollarsi di figure in apparenza slegate tra loro sta una committenza nascosta, da consegnare -scrive Nicolini- “alla nebbia atlantica di Lisbona”.

 

Ma la verità emerge dalle prove della ballerina saltaletti Margherita Bruni, donna in stretti rapporti con uno dei protagonisti della capitale portoghese: l’italiano Antonio Marrare, patriota migrato in Brasile e poi rientrato a Lisbona intorno al 1780. Marrare apre un Caffè all’interno del Real Theatro Sao Carlos. Il locale diventa un luogo di incontro per complottisti e giacobini. Gli esuli liberali italiani scelgono quel Caffè come loro punto di riferimento.

Margherita sfrutta il momento: dal commerciante calabrese passa al giudice della Corte d’Appello Joao de Matos (già Intendente Generale di Polizia), dal viceconsole del Regno di Napoli Luigi Scassa al Re del Portogallo Dom Miguel I. Una “stella” di prima grandezza.

Nel 1826 Rossini sembra il vero protagonista della vita culturale lusitana. Il teatro Sao Carlos chiude i battenti per tre mesi a causa della morte del re Dom Joao VI. E guarda caso riapre con l’Adina di Rossini, ma grazie alle sinuose forme della ballerina “amante seriale”. La Bruni resta in alto. Le frequentazioni reali rendono molto, anche se in un periodo convulso della storia portoghese: alla morte del padre, Dom Pedro IV re del Brasile s’era proclamato reggente del Portogallo, ma dovette subire il rientro vincente del fratello Dom Miguel, rifugiato a Vienna dopo l’Abrilada del 1824 (una rivolta di radicali e costituzionali poi fallita).

 

Impossibile per i portoghesi accettare che un re diventato straniero (salendo sul trono a Rio De Janeiro) governi a Lisbona. Intanto Margherita sceglie sempre i cavalli giusti: anche il primo, l’intendente Joao de Matos, farà carriera: Ministro della Giustizia col re Dom Miguel, che ha Margherita per nuova fiamma.

Il grande pesarese trionfa, incassa e se ne va. Sembra ignorare committenze farlocche e depistaggi con una nonchalance che sarebbe piaciuta a Girolamo Crescentini da Urbania, celebre soprano che fu direttore dello stesso teatro Sao Carlos alla fine del ‘700. O a Fernando Pessoa, lucido faro della Lisbona contemporanea.

 

 

Paolo Boldrini, Il mistero di Adina, Corriere Adriatico, 9 settembre 2012