Il pesarese e l’oro del duce

 

Quanti Fiorito sono fioriti nella storia marchigiana? Difficile dire. Forse nessuno, anche perché i molti politici avvezzi a trame oscure avevano da noi un altro spessore. Sovente anche la forma criminis ha bisogno di un contesto credibile, e di facce frequentabili.

Pur non essendo cresciuti nel mito della conterranea Maria Montessori, i nostri non erano ganassa da pinguedine proterva, sovrabbondanze di conti correnti e corte da ladri di polli.

Gli obiettivi erano più alti, come nel caso del duce pesarese Raffaello Riccardi, fascista nato a Mosca nel 1899, un gerarca di quelli da non incontrare mai. Ne sanno qualcosa gli antifascisti ascolani, che subirono le gesta del Raffaello quand’era commissario della federazione in riva al Tronto. Al culmine della carriera fu ministro degli Scambi e valute. Indro Montanelli l’aveva bollato come più idoneo agli scambi di legnate, ma Riccardi romanamente se ne fregava.

Il ministro marchigiano, dopo aver domato i riottosi pesaresi dell’interno, poco o nulla inclini ai dettami del fascismo, s’era appassionato di finanza. Passando dalla normalizzazione di federazioni del fascio, da Salerno alla sede sensibile di Fiume, aveva anche diretto la Commissione legislativa per l’Africa italiana.

Nei mesi antecedenti l’ingresso italiano nella seconda guerra mondiale, e dunque tra il febbraio e il giugno 1940, fu il braccio di Benito Mussolini in una colossale operazione di esportazione di valuta. Con la scusa di evitare che la grana finisse nelle saccocce dell’alleato germanico, il duce si avvalse dell’ex squadrista pesarese per spedire venticinque tonnellate di oro a New York. Riccardi gestì l’operazione. Oro di pantalone, ovviamente, e targato Bankitalia, il cui governatore Azzolini aveva chiarito a Riccardi le modalità che al duce parvero congrue: prendere l’oro e caricarlo sul transatlantico Rex e spedirlo in America. Valore dell’operazione di allora: ventotto milioni di dollari.

Quei soldi furono utilizzati in vario modo, ma le opere pie li attesero invano. Una parte servì per finanziare le ambasciate sudamericane, sempre attive in operazioni poco francescane. Fossero arrivati prima quei denari avrebbero facilitato il compito del maceratese Serafino Mazzolini, il più acuto tra i fascisti delle Marche, ambasciatore in Brasile e testa di ponte del golpe uruguagio del 1933. A Montevideo i quattrini li misero le lobbies inglesi e Mazzolini fece le nozze coi fichi secchi. Era bravissimo a cavare il sangue dalle rape. Probabile comunque che qualche spiccio fosse arrivato anche prima. Mancano le prove. E Mazzolini (più tardi sottosegretario agli Esteri nella repubblica di Salò) ha avuto una carriera non sempre chiara, dagli inizi nazionalisti a Macerata alla vicesegreteria nazionale del partito fascista, passando per la direzione del giornale che state leggendo, proprio il Corriere Adriatico.

Nelle Marche Mazzolini fu ostacolato anche dai suoi camerati, per via degli esordi massonici e le voci su certe disinvolture finanziarie. Chiacchiere, poco altro. Deluso dai marchigiani, stabilirà a Gubbio, paese della madre, la sua residenza.

Il grosso della somma restò comunque nei forzieri di New York. Nel Marzo 1940 Mussolini non aveva ancora deciso quando salire sul carro di Hitler, presunto vincitore, e gli Stati Uniti gli sembravano una buona soluzione per tenere l’oro al sicuro.

Un altro direttore del nostro giornale, il savonese Pietro Sbarbaro, si distinse invece come fustigatore del più eclatante episodio di corruzione della giovane democrazia italiana: lo scandalo della Banca romana. Il giornalista inseguito da più mandati di cattura riparò in Svizzera, ma fu arrestato l’anno seguente e svernò in galera. Nello scandalo ebbe un ruolo importante il deputato anconetano Augusto Elia, uno dei garibaldini di punta, ch’era diventato presidente della Camera di Commercio della sua città. Elia si dimette e si rifugia a Grottammare, in attesa che passi la buriana. Lo tiene d’occhio anche il ministro di Grazia e giustizia del primo governo Giolitti, lo jesino Teodorico Bonacci. L’avvocato fu costretto a tornare in riva all’Esino, travolto da una tempesta parlamentare che non avrebbe potuto fronteggiare. Lo scandalo fece vacillare il Paese. La Banca romana, collassata da crediti inesigibili per aver finanziato investimenti senza ritorno nel settore edilizio, aveva stampato banconote per 113 milioni di lire contro i 60 autorizzati, 40 dei quali in serie doppia. Un ente falsario di stato, per intenderci, visto che la Banca romana era uno dei sei istituti di credito ammessi a battere moneta. Cosa c’entrasse il ministro di Jesi non venne chiarito. Fatto sta che il Re rifiutò le dimissioni del governo Giolitti e lo rinviò alle Camere, ma col Guardasigilli cambiato. Lo jesino stava sul naso al Re, per il quale Bonacci aveva un ruolo nella vicenda dello scandalo e in particolare nei crediti bancari legati al bilancio del ministero di Grazia e giustizia. Congetture, solo illazioni, si disse. Ma lo cacciarono.

 

Paolo Boldrini, Il pesarese e l’oro del duce, Corriere Adriatico, 7 ottobre 2012