L'ultimo discorso

 

Il 27 ottobre 1962 Enrico Mattei parla a Gagliano, dal balcone di casa del picciotto Pappalardo. È appena arrivato con l’elicottero, l’aria è festosa, la folla s’accalca ad ascoltarlo. Sullo sfondo il verde dei Nebrodi, verso est il totem vulcano dell’Etna. Sicilia profonda, depressa ma non ancora piegata. Le parole del gran capo dell’Eni sono musica per le orecchie degli astanti: “Amici miei, anche io vengo da una provincia povera, da un paese povero come il vostro. Pure oggi c’è qua della nostra gente -io sono marchigiano, quelli son paesi poverissimi- che viene a lavorare in Sicilia”. “Noi lavoriamo per convinzione. Con la convinzione che il nostro Paese, e la Sicilia, e la vostra provincia possano andare verso un maggior benessere; che ci possa essere lavoro per tutti; e si possa andare verso una maggiore dignità personale e una maggiore libertà. Amici miei, noi non vi porteremo via niente, tutto quello che abbiamo trovato è della Sicilia”. “Non assorbiremo 70 persone, ma tutti coloro che potrete darmi, tutti, e sarà necessario che tornino molti di quelli che sono andati all’estero perché a Gagliano avremo bisogno anche di loro”. Ovazioni, applausi. Un tripudio.

Poche ore più tardi il presidente dell’Eni, l’uomo dei misteri e delle sfide, muore nel cielo di Bascapè, a un passo dall’aeroporto di Linate. Mattei ha perso l’ultima sfida, paga il suo potere diventato forte tra poteri più forti di lui. Aveva inserito nella dinamica sempre uguale delle grandi transazioni petrolifere un elemento destabilizzante, perché il germe del mutamento, della profonda alterazione dei rapporti di forza, il respiro lungo di una politica industriale inclusiva dai paesi arabi emergenti, rendevano indigeribile lo shock point.

Mattei diventa una star negli Stati Uniti, ma è una stella nemica. È seguito dalla stampa americana (un giornalista del Times, William Mc Hale, è con lui nel tragico volo Catania Milano) in maniera sistematica dagli inizi del 1961, quando i rapporti tra il petroliere di Matelica e gli Stati Uniti sono prossimi al punto di rottura. La sua vicinanza all’ipotesi del centro sinistra in Italia e la parallela attenzione all’offensiva petrolifera dell’Unione sovietica spingono l’amministrazione Kennedy ad un chiarimento con quello che il Foreign Office inglese chiama il “matteismo”. Il 19 luglio 1962 a Londra scrivono che la politica di Mattei “rappresenta la distruzione del libero sistema petrolifero in tutto il mondo.” I monopolisti si appellano al libero mercato contro il vero competitor di tipo liberista: un paradosso che diventa uno strumento di lotta politica. Le famigerate sette sorelle del petrolio hanno profitti del 70% sul greggio, ma non vogliono aprire il mercato. La battaglia combattuta da Mattei è senza esclusione di colpi.

Enrico spaventa l’Occidente. È l’eroe negativo, quello che apre agli arabi, ai sovietici, al comunismo di stato, alle manie terzaforziste di una società inquieta come quella italiana. Sono paure infondate, ma alimentate ad arte. Mattei ha una storia di impresa che non prescinde dal contesto italiano. Il suo esordio è nel pieno dell’Italia fascista. Il suo antifascismo è tardivo ed è una sorpresa dei partigiani del San Vicino, frutto delle frequentazioni milanesi-marchigiane di ambienti cattolici e dell’infallibile fiuto per le grandi occasioni. Nei mesi della Resistenza preleva il carteggio del commissario dell’Agip, il recanatese Silvio Gai, un fascista di seconda fila. La determinazione con cui non liquida l’azienda viene anche da quelle carte, che i tromboni dell’ultimo fascismo non sanno leggere.

Il mistero è la sua cifra. Come l’allontanamento del fido Rino Pacchetti, medaglia d’oro della Resistenza, un duro al servizio del capo, sostituito con Giovanni Allavena fedelissimo del generale De Lorenzo, quello del tentato golpe del 1964. Allavena diventa capo del Sifar l’anno dopo e nel ’68 riappare nella lista P2 del maestro Licio Gelli. Il doppio aereo Morane Saulnier sulla pista di Catania, quello che non partì fu poi smontato e venduto negli Stati Uniti su ordine di Eugenio Cefis. La ritrattazione del teste Mario Ronchi, che prima dichiara di aver visto l’aereo esplodere poi non ricorda, infine nega. La morte a Nairobi, in Kenya, del pilota del secondo aereo Ferdinando Bignardi, saltato su una bomba piazzata dai servizi segreti israeliani. La scomparsa di Mauro De Mauro, giornalista de L’Ora di Palermo, finito in circostanze ignote.

Dopo Bascapè il silenzio fu totale, rotto solo da un paio d’inchieste del Secolo di Giorgio Pisanò e dal Mondo d’oggi di Mino Pecorelli.

Non resta nemmeno l’eredità politica. Il centro sinistra, di cui Mattei fu sponsor, ha dominato a lungo la scena italiana, ma non nel senso voluto dal petroliere marchigiano. La politica del sempre uguale lo annoiava e in fondo ha anticipato una tendenza di lungo periodo della vicenda italiana: la perdita di centralità della politica, sbiadita nella gestione del potere per il potere e incapace di visioni strategiche.

 

Paolo Boldrini, L’ultimo discorso, Corriere Adriatico, 21 ottobre 2012