La battaglia che unisce l'Italia

 

L’epica e in fondo poco cruenta battaglia di Castelfidardo, il 18 settembre 1860, è importante per le Marche, fondamentale per l’Italia. Una vittoria geopolitica che lascia una traccia indelebile sul disegno unitario concepito dallo stratega Camillo Benso conte di Cavour.

Da quella battaglia combattuta nelle nostre campagne esce il viatico determinante alla creazione dello stato nazionale.

Castelfidardo è la vittoria della strategia sulla passione. Della tattica sul sogno. Della convenienza sull’ardimento. Garibaldi stava diventando un pericolo. Cavour convince l’imperatore francese che solo una iniziativa diretta può risolvere il problema. Mira a Roma per colpire al sud. Batte i papalini nelle Marche ma l’obiettivo è fermare le camicie rosse che hanno liquidato il Regno delle due Sicilie.

Leggendo della celebrazione fatta ieri dagli atei e agnostici razionalisti della Marca anconetana per voce del delegato osimano Giorgio Gioacchini (secondo cui il merito del Risorgimento è soprattutto quello di “aver liberato il nostro paese dall'oscurantismo religioso”) viene da chiedersi quanti garibaldini -potendo- avrebbero combattuto a Castelfidardo. Quanti dei Mille avrebbero condiviso quel processo di unità nazionale nella battaglia che segna l’approdo vincente del progetto centralista e monarchico. Sono domande che esulano dalla condizione spazio-temporale in cui l’unificazione italiana si compì, e tuttavia restano fondamentali per comprendere l’irrisolto miracolo della nostra storia unitaria.

A distanza di 152 anni, molte delle nostre contraddizioni possono essere viste alla luce di quella unione sui generis. Perché italiani erano e sono quelli che simpatizzano per il pontefice (che non hanno interesse neanche oggi a rivendicare a Loreto una parte rilevante dei siti in cui la battaglia “detta” di Castelfidardo si concretò). Italiani come gli ultramoderati di Cavour. Come le camicie rosse dell’eroe dei due mondi, italianissime per definizione. Sono tre delle tante, troppe idee dell’Italia che fanno fatica a conciliarsi ancora oggi, a oltre un secolo e mezzo di distanza. Anche nel fronte garibaldino c’erano posizioni diverse: dai rivoluzionari che dalla terra ai contadini miravano ad una svolta di tipo socialista ai repubblicani che speravano in una sollevazione morale prima che politica, nel segno di Mazzini; dagli anticlericali ai cattolici contrari a Pio IX agli epigoni di uno stato meridionale repubblicano fino ai marciatori su Roma, categoria questa che sempre affollerà la politica italiana. Dai federalisti agli avanguardisti con tensioni quasi anarchiche, tutte le camicie rosse infiammano un sogno che a Castelfidardo svanisce nella strategia cavouriana dell’unità sabauda, calata dall’alto di una tradizione monarchica e di battaglie combattute al nord. È l’Italia incerta che aprirà a fatica un paese alla democrazia, che farà esordire tardi e male gli italiani nel mito della nazione, spingendoli sulle barricate prima durante e dopo la Grande guerra.

 

 

Paolo Boldrini, La battaglia che unisce l’Italia, Corriere Adriatico, 19 settembre 2012