La chiamata unitaria finisce in saccheggio

 

Francese di nascita ma italiano d’elezione: Gioacchino Murat, nato a Labastide-Fortunière, Francia profonda, dalle parti di Tolosa, si vantava di esser diventato napoletano “in poche ore”. Già nel 1809 era stato rampognato dal parente Napoleone Bonaparte e invitato “ad essere francese e non napoletano”. Paolo Scisciani ha ricordato l’uscita di Federico Confalonieri secondo cui “è sempre un principe italiano chi ha un suo regno in Italia”. D’altronde se un italiano di origine come Napoleone aveva fatto gli interessi della Francia, così pure un francese come Murat poteva fare il bene dell’Italia. Congetture, in fondo a Gioacchino premeva di proteggere il proprio trono e la chiamata collettiva di Rimini la fece anche pro domo sua. Profittava di un tempo di grandi cambiamenti: da figlio di un albergatore era diventato Re, fulgido esempio della mobilità sociale che caratterizzò il periodo napoleonico. Personaggio complesso, Murat studia in seminario, ma a vent’anni viene cacciato: troppo rissoso e manesco. Fa per qualche anno il mestiere del padre, poi si arruola come soldato e arriva alla guardia costituzionale di Luigi XVI. Si dimostra un militare di buon valore. Neanche trentenne ha già un discreto palmares quando è chiamato da Napoleone a Parigi per reprimere una rivolta di monarchici. La svolta è nel 1800: a 33 anni sposa con rito civile Carolina Bonaparte. Traccheggia, ma due anni più tardi raddoppia col matrimonio religioso.

In terra italiana il suo nome è legato al primo anelito unitario, certificato nel Proclama di Rimini del 30 marzo 1815. Gioacchino tocca tutte le corde attivabili: “A quale titolo popoli stranieri pretendono togliervi questa indipendenza, primo diritto e primo bene d’ogni popolo? A quale titolo signoreggiano essi le vostre più belle contrade? A quale titolo si appropriano delle vostre ricchezze per trasportarle in regioni ove non nacquero? A qual titolo vi strappano i figli destinandoli a servire, a languire, a morire lungi dalle tombe degli avi?”

Insediato sul trono di Napoli dal cognato Napoleone, Murat dopo aver dichiarato guerra all'Austria si rivolge dunque agli italiani, chiamandoli alla rivolta contro i nuovi padroni, e presentandosi come alfiere dell'indipendenza, nel tentativo di trovare alleati per conservare il trono. Tuttavia la sua sconfitta viene vista come una sorta di repressione del sentimento nazionale, che di fatto contribuisce all’idea di un Risorgimento dell’Italia. Lo stesso Manzoni elogia Murat e il Proclama di Rimini, il verbo  “che tante etadi indarno Italia attese”. Ma era un’impresa superiore al suo genio e al suo credito, dirà Pellegrino Rossi, ghost writer del proclama riminese.

Sulla realtà delle campagne marchigiane l’impatto è limitato, la regione è profondamente arretrata.

Perduta la battaglia, l’esercito in rotta si riunì per poco a Civitanova. Da lì il rompete le righe fu tragico per le Marche: nel passaggio sul lungomare fermano in direzione di Grottammare e San Benedetto, con l’alibi della fame e del momento storico, gli aspiranti italiani saccheggiarono in maniera sistematica, lasciando un cattivo ricordo, “di desolate messi, di vigne recise e bruciate, di bestiame rapito, di magazzini vuotati, di case d’agricoltori spogliate, e di casini di campagna devastati, e rovinati del tutto dalla violenza e dal saccheggio”.

Verbalizza il conte Giuseppe Neroni, viceprefetto di Tolentino nel 1815, che il nemico tallonato dal generale Starembergh “si ritira precipitosamente sopra Ascoli, inseguito colla spada alle reni. Sulla strada delle Grotte a Mare è stato sorpreso un corpo napoletano e gli sono stati fatti prigionieri almeno 1.500 soldati”. Neroni omaggia il comandante austriaco Federico Bianchi (“l’ampiezza de’ suoi talenti militari”), definito “Sua Eccellenza il Signor Maresciallo Barone”. Italianissimo soccorso al vincitore.

 

 

Paolo Boldrini, La chiamata unitaria finisce in saccheggio, Corriere Adriatico, 8 maggio 2011