La fatica di votare

 

C’Ŕ una qualche analogia tra l’Italia di oggi e quella di cent’anni fa? Forse nessuna: questa langue, quella cresceva. Ma i toni e i temi, persino il clima e certe tendenze non sembrano cambiate.

Nel maggio 1912 l’Italia e le Marche sono dominate dai contrasti sulla riforma elettorale, dalla questione greca, dai conflitti sindacali. Sembra appena ieri. Il sindacalista rivoluzionario Filippo Corridoni, marchigiano di Pausula (che diventerÓ Corridonia in suo onore), Ŕ uno dei protagonisti di una stagione convulsa della vita politica. Andiamo a caccia delle isole greche, sbarchiamo a Rodi all’assalto del Mandraki, il Mandracchio, che ai soldati anconetani sembra di stare a casa.

Nei giorni seguenti ci allargheremo alle Sporadi, per un totale di dodici isole con bandiera italiana, da qui il nome di Dodecaneso.

 Nelle Marche la politica Ŕ turbolenta ma in crescita, ad Ancona ci saranno dieci sindaci e otto commissari prefettizi tra il 1900 e il 1914. Sviluppa anche l’economia, i futuri distretti battono colpi importanti, solo a Montegranaro giÓ nel 1905 sono pi¨ di mille gli operai occupati nell’industria calzaturiera.

 La nuova legge elettorale Ŕ l’approdo di un lungo percorso dell’Italia giolittiana. Estende il diritto di voto a tutti i cittadini maschi che abbiano festeggiato il trentunesimo compleanno o abbiano fatto il servizio militare. In un sol colpo gli elettori passano da 3.329.000 a 8.700.000.

Ai deputati vanno emolumenti per 6.000 lire annue. Ecco un tema che allora non esisteva: i costi della politica.

C’era comunque il sistema uninominale, valido in tutti i 508 collegi. La nuova legge non toccava le circoscrizioni. Non eravamo ancora incartati nella diatriba sui sistemi elettorali: uninominale secca sul tipo inglese, maggioritario semplice o a due turni di marca francese, proporzionale pura o corretta, magari al Varnelli; l’Italia cresceva senza ingegneria istituzionale e senza le manfrine di oggi, senza il tempo perso nella speranza vana che cambiare il modo di contarsi possa migliorare la situazione.

La Cgil di allora, la Cgdl, era in fermento. Al suo interno c’erano componenti con una diversa visione della vita e del mondo. La corrente rivoluzionaria era guidata dalla futura icona del fascismo italiano: Filippo Corridoni. Il sindacalista marchigiano rompe gli indugi e coi fratelli Amilcare e Alceste de Ambris crea in novembre l’Usi, l’Unione sindacale italiana. Nel maggio 1911 al congresso nazionale della Cgdl era emersa con chiarezza la frattura all’interno del sindacato. Il 1912 Ŕ l’anno in cui appare evidente l’azione politica dei sindacalisti rivoluzionari. C’Ŕ un gruppo forte che si va formando intorno a socialisti, antimilitaristi e rivoluzionari. Un filo rosso che lega i fratelli De Ambris, il cognato Filippo Corridoni (Amilcare sposerÓ la sorella di Filippo) con Benito Mussolini e Francesco Ciarlantini di San Ginesio, maestro elementare come il futuro duce, una carriera folgorata dall’interventismo nella Grande guerra. Il ginesino passa dall’antimilitarismo all’impegno al fronte come ufficiale. Da L’Avanti alle trincee, poi al fascismo.

 L’organo del nuovo sindacato rivoluzionario Ŕ il giornale L’Internazionale, pubblicato a Parma, sede anche della segreteria generale. ╚ un successo: nel solo 1913 i nuovi iscritti saranno oltre 150 mila. Nella vicina Reggio Emilia Mussolini aveva domato nell’estate 1912 il congresso del Psi. Erano stati espulsi gli esponenti riformisti. Benito s’era preso la direzione de L’Avanti. Ma ci˛ che riesce nel partito socialista non riesce nel sindacato: la Cgdl tiene, i rivoluzionari sono costretti ad andarsene e a fondare l’Usi.

 Corridoni vede nella Cgdl un sindacato fiacco, burocratico, subordinato al Psi. Vuole indipendenza economica, l’autonomia di gestione delle leghe e delle camere del lavoro. Sciopero, boicottaggio e sabotaggio sono le parole d’ordine.

La questione elettorale appare in sott’ordine. Vogliono il potere. Il resto lo lasciano ai pavidi. Una storia che si chiuderÓ a destra: nell’interventismo prima e nell’approdo al fascismo poi.

 Ma interessa a noi la riflessione sulla fatica di arrivare al suffragio universale, al voto come diritto fondante della democrazia, come principio e valore. La fatica di una storia lunga viene banalizzata da dosi sempre pi¨ massicce di astensioni. La fatica di votare trova pochi palliativi persino nel voto ai comici, quelli dichiarati e quelli inconsapevoli. O laureati in Albania, a loro insaputa.

 Il successo dell’Italia giolittiana del 1912 Ŕ una tappa nel cammino della democrazia. Se Ŕ vero che neanche un quarto degli italiani (24,1%) avrÓ diritto al voto, prima gli elettori erano solo l’8%. Dunque l’accidentato cammino verso la piena attuazione dei diritti di cittadinanza pone il problema del ritorno all’indietro, della alterazione di equilibri su cui si Ŕ fondato il percorso democratico. Chi alimenta il mito dell’astensione e soprattutto chi lo provoca, rubando e frodando gli interessi collettivi, porta oggi questa responsabilitÓ.

 Paolo Boldrini, La fatica di votare, Corriere Adriatico, domenica 13 maggio 2012