La svolta. Il delitto Matteotti
 

Matteotti fedifrago. Tombeur des femmes, forse in fuga d’amore. Dura solo un paio di giorni ma è una lettura sconcertante. “Perché rimanendo assente dalla casa coniugale per circa 24 ore il deputato unitario non ritiene opportuno mandare sue notizie a casa per dissipare le inquietudini e le apprensioni della sua signora?”

Il leader socialista era forse già morto, ha pagato la propria integrità, la sua schiena diritta. L’essere uno dei pochi in grado di tenere testa al fascismo. E lo prendono per viveur: “Qualche amico avrebbe intanto dichiarato che altre volte si è allontanato dalla casa senza alcun preavviso”.

Aggredito a Roma, sul lungotevere Arnaldo da Brescia, Matteotti è rapito dallo squadrista toscano Amerigo Dumini, giornalista (si fa per dire) dell’ufficio stampa della presidenza del Consiglio, e da un commando formato da componenti di squadre di arditi milanesi (Volpi, Viola, Poveromo e Malacria).

Il giornale sbanda, Vettori capisce allora che la verità è un’altra. Scrive: “Bisogna colpire inesorabilmente. Bisogna dare l’impressione netta che certi delitti non vanno impuniti, anzi che non vi è impunità di sorta per violenze così abominevoli. L’on. Mussolini deve colpire forte e avrà l’approvazione del Paese. Egli deve dare una lezione anche ai suoi seguaci o a quella parte di essi che non si rassegna a rimettersi nel binario della legge e della normalità”.

Resta la necessità del governo fascista, Vettori non vuole una crisi dell’esecutivo, perché “la giustizia è in marcia” e “il delitto orribile che è stato commesso non può e non deve annullare la volontà del paese che la direzione politica rimanga al blocco dei partiti nazionali”.

Inizia a rivendicare una leadership della destra liberale nei partiti nazionali, proprio quando il fascismo controlla oramai piazza, caserma e parlamento.

Poi verranno le verità scomode, il bavaglio alla stampa, il processo Matteotti, le scorribande della Milizia, gli attacchi dei fascisti marchigiani. E anche per il flemmatico Vettori è veramente troppo.

Ci si mette pure Farinacci che lo sfotte in Ancona, al teatro delle Muse.

Lo squadrista cremonese lo mette pure nell’incredibile gruppo dei mandanti morali del delitto Matteotti. Scrive su Cremona Nuova:

“Prima che i fascisti si vedano costretti a reagire contro coloro che sono i responsabili morali del delitto -Amendola, Albertini, Don Sturzo, Vettori, Turati, Gonzales, Cianca e delinquenti minori- si provveda dai poteri delle Stato al loro arresto e si provveda inoltre non al semplice sequestro dei giornali avversari, ma alla loro soppressione e sia finita la farsa dell’Aventino, se non è sufficiente la scopa, si adoperi la mitragliatrice” E’ il 13 settembre 1924. Nell’improbabile tentativo di banalizzare l’assassinio di Giacomo Matteotti, tutto si mescola: la supposta delinquenza “maggiore” di Vettori e Albertini e di vari esponenti politici e giornalisti indicati con precisione, l’Aventino, il sequestro dei giornali di opposizione, la fantasiosa responsabilità morale nel delitto. Una gigantesca operazione di sviamento dei fatti e di rovesciamento della realtà.

 

Paolo Boldrini, La svolta. Il delitto Matteotti, in “150 anni di Corriere Adriatico”, Ancona 2010.