Luigi Albertini, Il dorico di via Solferino

Un raccomandato di talento. L’anconetano direttore del Corriere della Sera Luigi Albertini arrivò al giornale di via Solferino dopo un lungo soggiorno londinese. Era fidanzato con Piera Giacosa, figlia del critico letterario Giuseppe, il preferito dal direttore Eugenio Torelli Viollier. Il garibaldino Eugenio, che aveva fondato il più importante quotidiano nazionale, cercava una figura che lo affiancasse nella guida del foglio milanese e comuni amici gli presentarono il giovane giornalista di Ancona.

L’incontro avvenne a Milano, in casa di Ernesto De Angeli, industriale tessile e comproprietario del Corriere. Nel settembre 1896, data dell’incontro, Luigi ha appena venticinque anni. Era nato nel capoluogo marchigiano da un’agiata famiglia, proprietaria del Banco Albertini, un piccolo istituto di credito poi entrato in sofferenza a causa di alcuni azzardati investimenti immobiliari. La crisi fu aggravata dal contenzioso con la pubblica amministrazione, e seguita da un’insolvenza per lavori contestati.

Nel 1889 il Banco Albertini fallisce e Luigi va a studiare Legge all’università di Bologna, poi tre anni più tardi, alla morte del padre, si trasferisce a Torino con la famiglia. Qui si laurea a soli ventidue anni. All’università di Torino conosce Einaudi e Cognetti De Martiis. Inizia a collaborare alla Gazzetta piemontese di Luigi Roux. Scrive per pagarsi l’università e, una volta laureato, continua la collaborazione per inseguire il sogno di una carriera accademica. L’anconetano brucia le tappe. Nel 1894 è a Londra per vedere da vicino come funziona il diritto del lavoro anglosassone. Parla inglese come fosse di madre lingua, si fa notare e conosce Moberly Bell, celebre direttore amministrativo del Times, un mito della stampa europea. Talmente noto anche da noi che persino ad Ancona il caporedattore de L’Ordine-Corriere delle Marche Coriolano Bellagamba, giocando sulle iniziali del cognome, si firma Bell, replicando toni e temi di politica internazionale trattati dal foglio londinese.

L’esperienza britannica è fondamentale nella preparazione di Albertini. Quando Torelli Viollier lo assume a Milano, forse più per amicizia di Giacosa e De Angeli che per le qualità del ragazzo (che in effetti conosce poco) non immagina che in punto di morte, il 26 aprile 1900, indicherà ai soci Crespi e De Angeli proprio il giornalista di Ancona quale successore designato. Il napoletano Torelli lo considera l’unico in grado di guidare il primo quotidiano d’Italia. Albertini ha appena sposato Piera Giacosa. In luglio sarà gerente responsabile e già alla fine dell’estate direttore con pieni poteri.

Nonostante l’analfabetismo di massa, Albertini porterà in pochi anni il giornale sopra le 400 mila copie, un successo senza precedenti. Gli inizi non saranno facili, anche per via di oppositori interni che non gradiscono la nomina di Luigi alla direzione.

De Angeli lo appoggerà sempre, fiero di averlo scoperto con l’aiuto del presidente della banca popolare di Milano Luigi Luzzatti, più tardi ministro del Tesoro. In realtà il politico che per primo intuì le capacità di Luigi fu il futuro premier Francesco Saverio Nitti, leader democratico col quale si troverà nei mesi dell’offensiva fascista contro la libertà di stampa.

Luigi apre il giornale a collaboratori che si chiamano come lui, al tris di Luigi fuoriclasse: Einaudi, Pirandello e Barzini. Ma anche Gabriele D’Annunzio, Giovanni Amendola, Ugo Ojetti, tanti altri. Il Corriere di Albertini è critico verso Giolitti, accusato di essere un politico “a ritroso della storia”. E l’apertura a sinistra -per quanto cauta- dello statista di Dronero, trova sempre sugli scudi il foglio milanese. Coi marchigiani è inflessibile, come nel caso del conte Gentiloni, beccato ripetutamente nell’ottobre 1913 per le continue uscite a sostegno dei candidati governativi.

Convinto interventista, Albertini è nell’immediato dopoguerra il primo censore della cattiva gestione della vittoria in sede diplomatica. Reiterati sono gli attacchi al ministro degli Esteri Sidney Sonnino, accusato di svendere il sangue dei morti del Piave. L’inerziale contributo alla deriva protestataria è uno degli errori del giornale che capirà troppo tardi la vera cifra del progetto fascista.

Il percorso politico del Corriere dall’antigiolittismo alla richiesta di un ritorno law and order è coerente con l’impostazione originaria, ma cade di fronte alla profonda mutazione di una destra liberale che lancia le camicie nere in chiave antisocialista. Il fascismo non è una punizione transitoria: la sua violenza si rivelerà, come dovrà ammettere Albertini, “un prodotto fatale di questo regime”.

Il direttore non aveva capito l’emergenza dei ceti medi, marginalizzati nel periodo giolittiano nonostante fossero il frutto della modernizzazione indotta dallo sviluppo industriale. Ceti letteralmente implosi nel coacervo di interessi del primo dopoguerra, quando sotto i colpi della crisi cede la struttura sociale italiana.

Il Parlamento è la vittima lungamente preparata, anche in buona fede, come nel caso di Albertini, e diventa il bersaglio delle invettive, il luogo della decisione negata, della palude. L’antigiolittismo si fonde col mito dello stato nuovo fascista. E il talento nato ad Ancona perderà la sua partita, cacciato -sebbene a suon di milioni- dal giornale di via Solferino. Esilio a Torrimpietra, campagna romana verso il mare, e casa tra via Nazionale e Montecitorio: Luigi sarà comunque il principe dei marchigiani a Roma.

 

Paolo Boldrini, Luigi Albertini, Il dorico di via Solferino, Corriere Adriatico, 23 febbraio 2014