Magnifico profeta

 

“La legge è andare, andare avanti in qualsiasi modo, facendo solo attenzione a salvare la pace del proprio angolo, a pagare di meno, ad essere furbi. I tempi corrono ma la nostra legge resta quella della nostra storia minore, della nostra storia pittoresca. La stessa indifferenza alla legge, la sfiducia nello stato, la noia degli scandali, il callo alla corruzione sono tutti aspetti dello stesso male di rifiuto. Siamo noi a sottrarci per non voler pagare pedaggio, è dunque a queste lontane dimissioni che dobbiamo prima di tutto rendere il peso delle sconfitte”.

Le parole di Carlo Bo sono profetiche: “Nessuno vanta più il segno della speranza. E forse proprio per questo noi stipuliamo quotidianamente un patto faustiano con le cose, pur essendo convinti dell’inutilità e della vanità dello sforzo. Padroni del nostro destino, disancorati finalmente da tutto quanto costituiva in passato il regno della schiavitù spirituale, non sappiamo che cosa fare, se non consumare nel vuoto le nostre straordinarie conquiste”. Era il 1967, l’analisi è calzante oggi più di ieri. Complice la quindicesima edizione del Premio nazionale Gentile da Fabriano (sabato prossimo, 15 ottobre) la figura di Carlo Bo torna alla ribalta nel centenario della nascita e nel decennale della morte (1911-2001). Fu proprio Carlo Bo a fondare quel premio (nel 1967) ricevuto da tanti italiani illustri, marchigiani e no: Mario Giacomelli e Tullio Pericoli, Enzo Biagi e Ferruccio De Bortoli, Ilvo Diamanti, Antonio Ricci, Milena Gabanelli, Iginio Straffi, Orietta Varnelli, Lamberto Pigini. Tanti altri. Quest’anno i premiati sono Vincenzo Consoli amministratore delegato di Veneto Banca (sezione Economia, impresa e società), il compositore Ennio Morricone (sezione Carlo Bo per l’arte e la cultura), il regista e sceneggiatore di origini fabrianesi Andrea Molajoli (premio speciale della giuria), il “costruttore di pace” Ernesto Olivero (sezione “vite di italiani”).

Il libro di Bo, pubblicato nel lontano 1976 dalle edizioni Astrogallo di Ancona, era introvabile.

C’è uno spaccato della nostra letteratura migliore, con le Marche in primo piano. Come quella che si muove nella luce di Urbino, nel segno di “Corporale” dove ci sono “le cose forse più belle che Volponi abbia mai scritto”. Il sipario ducale si apre allo spirito un po’ anarchico “che gli viene in primis dalle sue origini, dalla sua terra, dalla sua prima educazione, da un fondo ben accertabile di autonomia libertaria e -subito dopo- dalla consapevolezza poetica, da quella sua felice facoltà di trasferire tutto o quasi tutto sul terreno dell’invenzione non calcolata né controllata”. Bo inflessibile nella critica radicale dell’impianto letterario di Bigiaretti, la cui vena appare “sommersa dall’impeto cieco dei fatti”, e parliamo di “Carlone”, forse il romanzo più potente del “romano” di Matelica. “Ci interessa sapere se il romanziere è pronto ad abolire lo scrittore, cioè se sente la coincidenza del mestiere con la suggestione della memoria”, scrive il magnifico rettore.

Il contrastato giudizio sul poeta di Recanati (“Povertà di Leopardi”), quando confessa “il pericoloso senso della nostra passione per lui” che “fu vittima del peggior egoismo, di quell’egoismo che riduce il mondo a teatro delle proprie intenzioni”.

Bo viaggia alla volta del narratore picaresco che scorge nel cuprense Bartolini del “Mezzano Alipio” e del talento inesploso di Raoul Lunardi. Il suo “Diario di un soldato semplice” (uscito nel 1952 da Einaudi) riflette un uomo “che ha passato la sua vita fra i monti, di fronte alla sola offerta della solitudine”. “Non c’è dubbio che Lunardi soffra molto nella sua solitudine di Sassoferrato o nella tranquillità di Urbino”. “Solitudine e tranquillità” che “non si sono ancora trasformati in veleni, in occasioni d’ozio e di abbandono”.

E poi la critica al camerte Ugo Betti (“una poesia fatta di cose, angolosa, cruda”), il ruolo di Alfredo Panzini, romagnolo “nato per caso a Senigallia” che ha subito per tanti anni la gloria del coetaneo Gabriele D’Annunzio. Il grande Renato Serra l’avrebbe ritrovato ancora nel ritiro di Bellaria se solo si fosse deciso a tornarci, prima di cadere al fronte, nell’estate del 1915.

Proprio su Serra sono le pagine migliori di Aspettando il vento. “Quel vento a cui ogni tanto cambiamo nome (la realtà, l’avanguardia e via di questo passo)”.

Serra è seguito nell’inizio “della sua profonda correzione che, a poco a poco, lo spingerà dalla piazza di Cesena alla trincea del Podgora”.

E giù fino alla “vocazione profetica di Murri” e al “doppio registro del cardinale Gasparri”. Il prete di Monte San Pietrangeli e il cardinale di Ussita, l’idea e la prassi. Lo spirito innovatore del primo, il pragmatismo tattico del secondo.

Curato da Galliano Crinella, docente di estetica all’università di Urbino, impreziosito da una serie di incisioni e disegni di Roberto Stelluti e introdotto da Mario Luzi, tutto l’assieme esalta “l’instancabile profeta di una letteratura come vita”. Il professor Bo rimane in cattedra.

 

Paolo Boldrini, Magnifico profeta, Corriere Adriatico, 9 ottobre 2011