Generale inverno, marchigiani nella bufera

 

“Gli eroi son tutti giovani e belli”, canta Guccini, ma il nostro era un eroe minore, un monarchico ligio alla scuola sabauda, dimenticato nel Novecento della contrapposizione ideologica. Non gli calza nemmeno la figura americana cantata da Fabrizio De Andrè: “Fu un generale di vent’anni, occhi turchini e giacca uguale”. Perché non era neanche giovane. Altro che vent’anni: nell’inverno 1943 di anni ne aveva il triplo. Era nato nel 1884 a San Costanzo, a ridosso  della costa pesarese. Cresciuto senza sfarzi in una famiglia di lontane origini umbre, il generale Etvaldo Pascolini era decorato nella Grande guerra e dunque aveva preso dimestichezza col gelo e la neve trent’anni prima. Visse a testa alta anche la terribile ritirata dalla Russia, nel freddo che travolse l’avventura folle di un esercito male armato.

Abituato al mare di Fano e Marotta, Etvaldo andò a quella spedizione suo malgrado. Nelle retrovie la divisione Vicenza, comandata dal generale marchigiano, era stata messa su in fretta coi riservisti e giovani privi di addestramento. Veniva sfottuta come “divisione Brambilla” dai quotati alpini delle divisioni Cuneense, Julia e Tridentina e dalle milizie fasciste: le legioni Tagliamento e Montello. Davanti agli uomini di Pascolini c’erano persino due battaglioni di slavi, in larga parte croati, in ossequio al principio che anche la Croazia stava con le potenze dell’Asse. Un mezzo affronto per il generale marchigiano, che aveva fatto di necessità virtù. La cosa in fondo non gli dispiaceva: s’era laureato a Pola e conosceva bene la vicenda dell’altra sponda adriatica. In compenso l’Armir era priva di carri armati e sperava di conquistare le nevi coi muli, in Russia se n’erano portati almeno venticinquemila.

Gennaio 1943. Da Stalingrado non si passa, è il momento cruciale della guerra, l’inizio della fine. L’Armata rossa contrattacca, i nostri finiscono in una sacca da cui pochi usciranno vivi. La sorte gioca un brutto tiro ai diecimila del generale Pascolini. I fanti della divisione Vicenza vanno in prima linea, in parziale sostituzione degli alpini della Julia, a loro volta spostati a nord, sul fronte che s’allunga di duecento chilometri. La divisione Vicenza coi molti, troppi marchigiani, viene impegnata nella seconda battaglia del Don e il 18 gennaio riceve l'ordine di arretrare di fronte al sistematico attacco sovietico. La ritirata è una tragedia senza fine. Fantasmi di ghiaccio si muovono nella steppa. Il 25 gennaio uno sbarramento russo a Nikitowka costringe la divisione a combattere per aprirsi un varco fra le unità nemiche. Il 26 a Nikolajewka nuovo drammatico scontro per raggiungere quattro giorni dopo la zona dei rifornimenti a Boiserie Troizkuje. La deriva è totale, con l’ossessione del nemico in grado di colpire ovunque. Gli uomini della divisione Vicenza lottano alla disperata, in pochi giorni in tremila si perdono nella steppa alla volta di Valuijki, un bel posto che di notte sfiora i meno 40 gradi. Circondati dai russi, lo stesso 26 gennaio si arrendono. Il grosso della truppa è sopraffatto a circa quattro chilometri ad est della cittadina. Soltanto pochi superstiti riescono a raggiungere le linee tedesche. Pascolini è trattenuto e poi arrestato. Il generale sovietico Socalov  concede ai nostri soldati di presentare le armi ai caduti, perché “mai era accaduto ad un generale dell’Armata rossa di dover riconoscere al nemico tanto ardimento e valore”.

Interrogato nel carcere moscovita di Butirskaja dalla NKVD, la Polizia segreta sovietica, Pascolini fa scena muta sulla consistenza e la dislocazione delle truppe al fronte. Mistero su chi l’abbia sentito (almeno due volte), forse era un comunista italiano, alcuni particolari lo lasciano supporre: intanto la sottolineatura antifascista dell’ufficiale, e la familiarità di alcune rivelazioni sul regime, non proprio estorte, anche perché accompagnate da barzellette su Starace, e il racconto sulla tardiva iscrizione al fascismo, obtorto collo, dice lui, solo nel 1934 e per assecondare una carriera che sarebbe altrimenti finita sul binario morto. Non sembra in soggezione rispetto a chi lo interroga. Lamenta con forza le cattive condizioni carcerarie e glissa sulle questioni militari, forse per smarcarsi dalle posizioni degli altri due generali prigionieri, Emilio Battisti e Umberto Ricagno, che fanno i voltagabbana per necessità. Gente che si professa non solo antifascista, ma che addirittura si dichiara disponibile a combattere contro i nazisti, pronti anche ad arruolarsi nell’Armata rossa. Pascolini si ferma agli sfottò bonari al regime, ma di mettersi coi sovietici neanche ci pensa. Stili diversi. Battisti in particolare porterà il suo paventato antifascismo a candidarsi nel Msi pochi anni dopo. Quanto a Etvaldo, non era proprio un estimatore di Baffone: Arrigo Petacco ha annotato il ricordo della nipote Paola, secondo cui, il giorno dei funerali di Stalin, il nonno stappò una bottiglia di spumante “per festeggiare la morte di quel porco”.

 

Paolo Boldrini, Generale inverno, marchigiani nella bufera, Corriere Adriatico, 19 febbraio 2012