Massacro a Cefalonia

 

L’annientamento della Divisione Acqui sull’isola jonica di Cefalonia, giusto nel settembre di sessantanove anni fa, sta scaldando un dibattito storiografico riaperto dalle parole dell’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e dai più recenti contributi storiografici.

Secondo una linea della ricerca il ruolo dei rivoltosi della Acqui segna l’esordio vero dell’Italia resistenziale, il primo contributo alla lotta di Liberazione dopo l’8 settembre 1943.

Una disputa è nata anche sul numero delle vittime, ridotto da studi autorevoli a circa 7 mila unità contro le oltre 11 mila date per certe. A parte la macabra contabilità, i fatti sono comunque di una potenza devastante.

L’Italia ha sull’isola, all’indomani dell’armistizio con gli Alleati, quasi 12 mila uomini. La presenza simbolica dei tedeschi è di poche centinaia. Dopo l’Armistizio, Hitler chiede la consegna delle armi sulla piazza di Argostoli, il capoluogo. E qui scendono in campo le molte idee dell’Italia rappresentate dai militi di Cefalonia. Chi sta coi tedeschi, chi coi partigiani greci, chi vuole mantenere le armi, chi sbanda come l’Italia abbandonata al suo destino. La massa grigia propende di sicuro per il ritorno a casa, è sul come che anche questo fronte si divide.

Nel mezzo ci sono i nostri, molti cadranno da eroi.

Il capitano della 3a compagnia mitraglieri Bruno Recchioni, gloria del calcio fermano, combatte contro i tedeschi del capitano Von Stoephasius sulla rotabile Kardakata-Argostoli. I tedeschi hanno l’arma letale: gli Stukas che bombardano con precisione. In soccorso alle nuove forze di terra questi aerei chiudono la contesa in pochi giorni. Il fermano finirà fucilato alla casetta rossa, nella baia di San Teodoro, assieme al maceratese Davide Micozzi e al capitano Alfredo Bartolomei Cartocci del quartier generale della Divisione. L’anconetano Bartolomei è il capo del Commissariato. Davanti al plotone di esecuzione tenta di salvarsi. Ha sulla giacca le mostrine rosse, simili a quella della Sanità e prova a farsi passare per ufficiale medico. Gli dà man forte padre Formato, un cappellano militare che riuscirà a salvare alcuni soldati. Ma i tedeschi sono inflessibili: la divisa italiana è quella dei traditori. In ognuna vedono Badoglio, l’armistizio, il voltafaccia.

Tutti al muro, compreso il capo dell’amministrazione Attilio Cerundolo. Bartolomei cade con i tenenti Casaretto e Grattarola, il capitano Polver, il colonnello Fioretti. Il suo concittadino tenente Carlo Boselli, classe 1920, muore in combattimento. Dalle carte emergerà la disperata richiesta di notizie da parte della fidanzata Letizia, che scrive un’appassionata lettera da Bari.

In poche ore cadono il ventenne Carlo Arzilli di Camerino del 17 Fanteria, Egidio Alessandrini di Auditore, uno dei pochi trentenni, disperso in combattimento, ucciso dai tedeschi forse a Davgata, il sanseverinate Alessandro Menotti, Florindo Verdini di Pollenza, Otello Ciccioli di Mogliano. E il capitano Armando Serafini di Cagli, caduto a Minies, a pochi chilometri da Argostoli, su una bella spiaggia adesso dominata dai turisti inglesi. Cedono alla furia nazista anche il caporale Primo Ricciotti di Jesi, Nerio Serafini di Fano, l’artigliere del 33° fanteria Valentino Marini di Ascoli Piceno. E ancora il geniere Viscardo Filippini di Rosora.

Del 18° reggimento della Acqui sono tre i caduti. Il primo è Ettore Rondina di Fossombrone, poi Domenico Fedeli di Visso e Remo Fuligna di Senigallia. Del 317° spicca un altro di San Severino: Settimio Crescimbeni, ammazzato anche lui da un colpo di mitraglia, con ogni probabilità sulle alture di Farsa.

Cadono in circostanze poco chiare, nei primi giorni di ottobre, Alberto Montagna di Urbania e Giuseppe Gasparrini di Tolentino.

Nella tragica lista dei caduti e dispersi ci sono Giuseppe Bellesi di Loro Piceno, Gianni Bottaccio di Esanatoglia, il caporale Mario Sensini di Belforte del Chienti, il fante Renato Terenzi di Cingoli e ancora altri due di San Severino: Serafino Pelagagge e Remo Montedoro. E Francesco Regnicolo di Recanati, con il sottufficiale Achille Cristalli di Cerreto d’Esi.

Un altro marchigiano spunta dalla lista del 3° gruppo di artiglieri contraerei di corpo d’armata, è l’anconetano Vittorio De Angelis, caporalmaggiore. Contro i terribili Stukas la contraerea fa quello che può, ma la battaglia è impari.

È la fine per Teodoro Porra di Lapedona, Umberto Lucentini di Ostra, classe 1913 come l’artigliere Domenico Gessi di Urbino. Appena più giovane un altro Umberto: viene da San Marcello, di cognome fa Bruschi. E ancora il camerte Venanzo Ferretti, che risulta morto l’8 settembre 1943 giorno dell’armistizio. In realtà è probabile sia finito anche lui nell’esecuzione di massa del 24 settembre alla baia di San Teodoro, vicino ad Argostoli, nel superbo braccio di mare che guarda Lixouri, sede del comando tedesco.

Nella mattanza finiscono anche il ventenne Enrico Cantiani di Castelplanio e l’artigliere del 33° Mario Cortese di Chiaravalle, di ventitré anni. Un massacro.

 

Paolo Boldrini, Massacro a Cefalonia, Corriere Adriatico, 23 settembre 2012