La via socialista, l'umanesimo di Mondolfo

Le Marche in età giolittiana sono state un’autentica fucina d’ingegni politici, con rappresentanze parlamentari di alto profilo. Poco importa se quella classe dirigente, come un po’ ovunque in Italia, verrà spazzata via dalla novità fascista, in una lotta giocata su piani subito diversi da quello politico parlamentare. Il fuoco delle idee coinvolse personaggi come il fermano Luigi Dari, il fabrianese Giambattista Miliani, il socialista massone Lamberto Antolisei di Tolentino, i repubblicani Oddo Marinelli, Giovanni Conti e Oliviero Zuccarini. E ancora l’interventista Filippo Corridoni da Pausula (poi Corridonia, in suo onore) o i non-marchigiani che stavano da noi come Nenni o Malatesta, o quelli che dalle Marche se ne andarono, come l’anconetano direttore del Corriere della Sera Luigi Albertini o i fratelli Mondolfo di Senigallia. Proprio la figura e il pensiero del grande filosofo marchigiano Rodolfo Mondolfo torna d’attualità nelle parole del professor Galliano Crinella, autore di “Saggi e note di filosofia”, un interessante lavoro che verrà presentato giovedì prossimo 23 gennaio a Palazzo Oliva di Sassoferrato dal presidente del Consiglio regionale Vittoriano Solazzi e dal sindaco Ugo Pesciarelli, con Antonio Pieretti dell’università di Perugia e Massimo Baldacci e Nicola De Sanctis dell’università di Urbino.

Crinella riflette sul filosofo senigalliese (in un viaggio tra Locke e Kant, tra religione e politica in Russia agli inizi del Novecento e i seminari praghesi di Jan Patocka) mentre si sofferma su Aldo Moro, Italo Mancini, Carlo Bo. Qui interessa ricordare che Rodolfo Mondolfo, a torto considerato nelle Marche una sorta di gloria minore, fu invece fondamentale nel dibattito filosofico, politico e -in senso ampio- culturale del primo Novecento italiano.

Intorno alla teorizzata crisi del socialismo, sostenuta da Benedetto Croce negli anni Dieci (poi ribadita in un saggio del 1929 pubblicato da Laterza: “Come nacque e morì il marxismo teorico in Italia”), Mondolfo venne elaborando agli inizi del secolo una originale critica del marxismo. Una critica basata su un approccio umanistico: l’uomo su tutto, vero centro della società da costruire, in antitesi alla concezione materialistica della storia e del mondo. Una storia fatta dagli uomini e non da una forza che li riduce a comparse di un disegno più grande.

Negli anni della collaborazione alla Critica sociale, la prestigiosa rivista fondata da Filippo Turati, Mondolfo cerca il suo approdo, che è di taglio positivista, alle necessità di cambiamento. Spiega la sua filosofia della prassi quale negazione di ogni certezza materialistica. Rodolfo è al centro del grande dibattito sul socialismo. Su L’Ordine nuovo polemizza. Gli risponde Antonio Gramsci, che lo considera un “marxista professorale”: “Ahimè, quanti papi infallibili tiranneggiano la coscienza degli uomini liberi e inaridiscono in loro ogni sorgente di umanità”.

La via italiana al socialismo è costellata di errori, di mezze figure, di doppi e tripli giochi. E vede tutta una serie di interpretazioni spesso lontane tra loro. Posizioni che vanno dai riformisti turatiani ai socialisti scientifici di netta aderenza marxiana. In mezzo ci sono le cento variabili: dalla opzione sindacalista rivoluzionaria (dominante ad Ancona) alla proposta governativa, dai riformisti pro guerra agli unitari, dai verbosi senza costrutto ai positivisti. Da Turati a Gramsci, da Ferri a Benito Mussolini, uno cresciuto guardando a Sorel e Corridoni, mai al filosofo di Treviri. E poi i falsi apologeti della rivoluzione d’ottobre, che non avevano letto nemmeno Antonio Labriola. Un crocevia di istanze, progetti, speranze che risulteranno vane.

Nel rosso italiano c’è di tutto. Gramsci e Mussolini rappresentano in fondo gli estremi opposti della politica, mondi lontani e mai comunicanti. Diceva il comunista sardo dell’ex socialista romagnolo: “E’ il tipo concentrato del piccolo borghese italiano, rabbioso, feroce impasto di tutti i detriti lasciati sul suolo nazionale da vari secoli di dominazione degli stranieri e dei preti: non poteva essere il capo del proletariato; divenne il dittatore della borghesia, che ama le facce feroci quando ridiventa borbonica”.

Dal canto suo il filosofo marchigiano ha buon gioco a partire dal 1908 quando a Firenze i riformisti dominano il congresso nazionale del partito socialista. Il Psi va verso una dimensione di grande partito che supera la dimensione rivoluzionaria senza esercitarla, per arrivare alla mediazione politica con le altre forze riformatrici della società italiana. L’obiettivo è governare, trasformare gradualmente l’Italia. Mondolfo suggerisce di guardarsi dai cattivi maestri: l’ebreo nato a Senigallia (aveva lasciato la spiaggia di velluto per Firenze dopo il liceo, ma alla città di origine resterà sempre legato) condanna la via sovietica al marxismo e considera la figura di Lenin quanto di più lontano dalla teoria di Marx ed Engels.

Rodolfo dialoga con più mondi, in un dibattito molto attivo nel primo dopoguerra. Scrive ancora sulla Critica sociale di Turati, ma anche su L’Unità di Salvemini, sulle gobettiane Energie nuove e La Rivoluzione liberale. Poi anche su Quarto stato di Nenni e Rosselli.

L’Italia cambierà, ma a destra, all’opposto di quanto Mondolfo aveva sperato.

Paolo Boldrini, La via socialista, l’umanesimo di Mondolfo, Corriere Adriatico, 19 gennaio 2014