O Roma o Orte, la marcia perduta dei marchigiani

 

La marcia su Roma? Balle, assicurava Vittorio Vettori, prima firma del Giornale d’Italia. Vittorio, giornalista tra i più brillanti, comandava la pagina politica del secondo quotidiano nazionale, roba da 300 mila copie, e dominava nel suo giornale ad Ancona, L’Ordine Corriere delle Marche e degli Abruzzi.

Lo aveva scritto fino a pochi giorni prima, ipotizzando un governo Giolitti-Mussolini: “Molti insistono nella fiaba della marcia su Roma e cioè di un progetto insurrezionale con cui i fascisti si proporrebbero di fare un colpo di stato. Torno per l’ennesima volta a smentire queste invenzioni”.

Così quando le camicie nere sfilano nella capitale, Vittorio lascia al maestro Nello Zazzarini, ex repubblicano e fondatore del fascio senigalliese, tutte le sei colonne della prima pagina: “Il fascismo verso il potere”.

Poi se la prende, con qualche ragione, coi socialisti, divisi fino all’ultimo, con Turati che pensava di utilizzare lo sciopero generale nella tattica per la creazione di un nuovo governo. Le Marche erano state in prima fila, con Lombardia e Piemonte, negli scioperi regionali. Chiedevano insieme uno sciopero generale di risposta alla crisi politica e militare che il fascismo aveva impietosamente scoperto.

Ma i vertici sindacali non decidono, prevale la corrente pacifista, della trattativa a oltranza. E lo sciopero fu detto “legalitario”, acqua sulle rose per l’offensiva fascista. Fu un drammatico boomerang. Ancona cade in quell’estate violenta, come le altre città rosse Genova e Milano. Mussolini ci mette il carico da undici: “La fascistizzazione di Ancona ha del prodigioso. La bella, forte città di Stamura usurpava, evidentemente, la fama che le avevano creato pochi deteriorati professionali del sol dell’avvenire”. È il 28 settembre, un mese prima della sfilata.

Nel mezzo c’è la forte ascesa del sindacato fascista che passa dai 450 mila iscritti di giugno agli oltre 700 mila di settembre. Il lavoro dei fascisti, anche marchigiani, si concentra sui popolari. Le tensioni distruttive delle formazioni socialiste portano infatti la sinistra fuori dal campo delle concrete opzioni politiche. Come ricorda Emilio Gentile nel suo “E fu subito regime” (appena pubblicato) i fascisti presero di mira soprattutto i popolari, perché il partito di Don Sturzo, con la sua organizzazione politica, i sindacati e la rete delle parrocchie, rimaneva il principale antagonista del partito fascista. Il Ppi marchigiano, in larga parte sturziano, è diviso dal giornalista di Pennabilli Paolo Mattei Gentili, direttore de Il Corriere d’Italia. Cattolico influente nel pesarese e a Roma, passa su posizioni vicine al fascismo. È alleato di Gai in nome della comune avversione per la massoneria.

Con la marcia si apre uno spazio inatteso per i fascisti di seconda e terza fila, già protagonisti dell’occupazione di Ancona, come lo jesino nato a Castelplanio Ernesto Galeazzi, un maggiore dell’Esercito, l’avvocato arceviese Giampiero De Strani (col feeling per l’altra sponda, che non era quella dalmata), mentre il capo appariva sempre di più il cranio rasato Silvio Gai, un ingegnere livornese-romano che dirigeva l’impianto elettrico di Recanati.

I nostri vanno a Roma ma arrivano tardi. Si perdono nell’ingorgo ferroviario di Orte. È qui che parafrasando il motto garibaldino “O Roma o morte” gli antifascisti li sfotteranno in saecula saeculurom: “O Roma o Orte”. Secondo altre fonti lo sfottò sulle camicie nere marchigiane partì dai fascisti di Foligno. La battuta fu poi attribuita dal quotidiano La Stampa al vignettista de Il Mondo (diretto da Pannunzio) Mino Maccari. Dire chi fu effettivamente il primo a pronunciarla è difficile, comunque pare sia dei nostri.

C’è anche una nota di colore: Arnaldo Dello Sbarba, ministro del Lavoro nel governo Facta, non si fa trovare, ma i fascisti lo vanno a stanare in un alberghetto al Pantheon e lo trovano con l’amante. Vola qualche sganassone.

Poi si diffonde la notizia che sono arrivati sul serio quelli di Ancona. Nella confusione sembra vero. Non è così, è solo un gruppo di fascisti milanesi che ha occupato una caserma degli alpini in via Ancona. Un marchigiano però dovrebbe esserci: è Francesco Ciarlantini di San Ginesio, uno dei falchi del futuro regime.

Le camicie nere della Marca fremono dunque a Orte, cento chilometri indietro al grande evento. 

Rispetto agli umbri battiamo la fiacca. È da Perugia che parte la marcia. Il comando generale è composto da Bianchi, De Bono, De Vecchi e Balbo. Nottetempo s’è avvicinato a Perugia anche il duca d’Aosta, che non vuole rimanere indietro. I nostri maledicono la stretta di Orte. Mancano le strade, il fascismo deve innovare, dirà Silvio Gai che ne farà un cavallo di battaglia contro la Dorica. Meglio andare dal Piceno verso Roma partendo da San Benedetto del Tronto, passando per Ascoli replicando su ferrovia il tracciato della Salaria. Un progetto che resterà sulla carta.

Il ritardo infrastrutturale sembra una cifra della Marca lontana. Se tutte le strade portano a Roma, le nostre arrivano dopo.

 

Paolo Boldrini, O Roma o Orte, la marcia perduta dei marchigiani, Corriere Adriatico, 4 novembre 2012