Papi, pupe e briganti
 

Nelle Marche povere del Settecento, la Marca più tosta era quella meridionale.

Povera ma non stracciona, né tantomeno rassegnata ad un ruolo subalterno. È anzi vero il contrario: un dinamismo sociale sembra legarsi a fenomeni evolutivi di qualche interesse, certo con modalità poco urbane, talvolta violente, ma di tale ampiezza da interessare persino qualche capo francese.

È il caso del generale Giuseppe De La Hoz Ortiz che volta gabbana sulle idee della Rivoluzione francese ed è pronto a contrastare le truppe che lui stesso aveva comandato fino al 1799. Le insorgenze marchigiane di quell’anno sono guidate da Giuseppe Cellini di Ripatransone e dal rissoso don Francesco Amici di Montegallo. In questo quadro irrompe l’uomo forte del brigantaggio piceno: Giuseppe Costantini da Lescià (Lisciano, frazione di Ascoli), detto Sciabolone. L’ascolano aiuta De La Hoz Ortiz contro gli stessi francesi che da Roma muovono verso Ancona. I briganti sbarrano la strada alle truppe sulle postazioni di Colfiorito. Non fanno sconti, hanno il sangue negli occhi. Banditi, briganti o eroi, gli ascolani serrano le file coi teramani, che l’anno precedente erano stati bastonati dai francesi: gli eccidi nell’Abruzzo frontaliero cementano un’amicizia. Il ferro e fuoco è ricambiato con gli interessi. Montanari e no salgono da Nereto come da Civitella, da Corropoli e Colonnella. La testa pensante del movimento è il ripano Cellini: vuole la libertà e l’indipendenza in uno stato autonomo del centro Italia. Sciabolone e la sua truppa da un migliaio di uomini tengono in pugno la situazione militare. Le forze francesi, ancorchè preponderanti, sono costrette alla pace di Mozzano. Si rivela inutile persino la misura straordinaria della fucilazione immediata per chi venga preso con le armi in mano. Sciabolone ha dalla sua parroci e curati di campagna e le adesioni popolari sono anche per questo massicce.

Più che la storia militare interessa qui il clima, le aggregazioni pre-politiche originate dalle promesse di terra ai contadini che nel Piceno rurale caratterizzarono quegli anni di fuoco.

Le dimensioni del fenomeno avranno eco importante quarant’anni dopo, sul farsi della nazione.  Cadranno tutti i pregiudizi riduttivi: altro che manifestazioni di criminalità comune, si trattò di un profondo e violento moto di classe. L’appoggio delle masse contadine alla lotta armata delle bande rimane un dato di fatto.

L’ambiente non era proprio da educande. C’erano personaggi tipo il camerte Vincenzo Benignetti, ex frate minore osservante, un pregiudicato che lascia l’abito talare e si dedica alla causa sociale, anche a mezzo di truffe e furti. Si presenta peggio di Sciabolone, che almeno merita una citazione colta persino da Benedetto Croce. Il frate di Camerino fa da apripista a don Donato De Donatis, brigante “senza segno di sacerdozio indosso, con la scimitarra al fianco”. Forse bisessuale come Benignetti, e “corteggiatore di vili sgualdrine e, peggio ancora, di incauti giovani”. I due avevano contatti con i briganti tra Abruzzo e Ciociaria, come Luigi Alonzi di Sora, uno dei banditi più famosi d’Italia che un po’ del suo programma socio-politico ce l’aveva nel nome di battaglia: Chiavone.

L’aspetto sessuale è preponderante nella memorialistica un po’ immaginifica, ma Chiavone non è un fenomeno da baraccone: dopo l'invasione piemontese si dà alla macchia e riesce a formare una nutrita banda di briganti, che lotta contro gli invasori. Una banda suddivisa in otto compagnie, e formata da una ventina di ufficiali, sessanta sottufficiali e quattrocento soldati. Francesco II regala alla truppa persino un chirurgo e un tributo alla scena, assoldando ben sette trombettieri.

 

Il nesso che lega brigantaggio e clero deviato è stato ampiamente dibattuto, ma forse non ancora abbastanza il tema di talune degenerazioni di religiosi nel contesto degradato delle lotte di quegli anni. Di certo un’opposizione netta venne dai papi marchigiani del tempo. In primis da Annibale Fiumi Sermattei, Papa Leone XII, nato a Genga, cardinale sin dal 1816, che fu eletto pontefice nel 1828. Fra le prime iniziative provvide a reprimere con severità il brigantaggio negli Stati pontifici e i disordini a Roma. Leone era noto per l’austerità di costumi. Più blanda fu l’azione del Papa che gli seguì, seppure per soli venti mesi (1829-30): il cingolano Pio VIII, al secolo Francesco Saverio Castiglioni. Aveva interessi di politica internazionale, di briganti e preti spretati si occupò ben poco.

C’era comunque un precedente illustre fra i papi marchigiani: Felice Peretti da Grottammare, che fu papa Sisto V dal 1585 al 1590. Austero come nell’infanzia a Montalto, adottò provvedimenti decisivi per sconfiggere il brigantaggio nelle campagne romane. Abbassò la minorità delinquenziale al quattordicesimo anno e ritenne responsabili le comunità degli atti violenti compiuti dai propri membri. Fu anche un baluardo contro la corruzione che aveva raggiunto limiti non più tollerabili nella Roma di fine Cinquecento.

 

Paolo Boldrini, Papi, pupe e briganti, Corriere Adriatico, 24 giugno 2012