Passaggio Marche. La reliquia laica di Garibaldi

 

Garibaldi unico vero, grande mito italiano. Paradossale che lo sia un condottiero nato francese, ma la sua figura emerge dalla mediocrità dei competitori successivi. Un mito destinato a rafforzarsi nei secoli.

L’unico italiano a mettere d’accordo destra, centro e sinistra. Un volto che esprime il martirio e il sacrificio di una stagione della storia italiana. Come ha scritto il professor Dino Mengozzi dell’Università di Urbino, che ne ha analizzato un paio di anni fa i tratti salienti, la taumaturgica “moltiplicazione del corpo di Garibaldi”, porta alla “reliquia laica” e stimola persino quella ch’egli chiama “l’economia del dono”. Un esempio: se Garibaldi aveva acquistato la prima metà dell'isola di Caprera grazie all'eredità lasciatagli dal fratello, la seconda metà gli era stata regalata, con il concorso di ammiratrici e ammiratori, dalla ereditiera inglese Emma Roberts, fidanzata di pochi mesi nel 1854.

Qui interessa l’incontro di Garibaldi con le Marche, coi molti che lo hanno sostenuto. E magari anche un giudizio più sereno sull’eroe, che possa andare oltre gli schematismi sull’invasore del regno delle Due Sicilie in violazione del diritto internazionale e le svariate amenità dei suoi pochi detrattori.

Va ricordato il cospiratore Lorenzo Bucci di Montecarotto, capitano promosso da Garibaldi nel 1849, ferito ad una gamba come l’eroe dei due mondi, attivo nella difesa di Roma e prima nella lotta al brigantaggio nelle campagne dell’ascolano. Meglio di lui fece Candido Augusto Vecchi, che finì colonnello. Anticlericale che stampava il periodico “Misteri di Roma”, repubblicano estremista era sempre in prima fila nelle trame garibaldine. Nato a Fermo, ma cresciuto tra Ascoli e Chieti, sbarcò poco più che trentenne a Napoli, dove l’attirava l’ambiente hegeliano che piacerà a marxisti come Antonio Labriola. Pochi anni e poi è a Parigi, in sodalizio con Mazzini e Cristina Trivulzio di Belgioioso, gran bella donna, esule procace, patriota un po’ tormentata. Candido rientra in Italia come capitano delle truppe del generale Cialdini nella prima guerra d’indipendenza. Nel ’49 riappare in riva al Tronto: eccolo con Garibaldi ad Ascoli il cui collegio rappresenterà alla Costituente. Nel 1860 gli ascolani lo vogliono consigliere comunale. Ma col barbuto nizzardo anela ad altre platee. Nella sua villa Spinola di Genova trama per la spedizione dei Mille. È con Garibaldi sempre e comunque. Lo seguirà a Milazzo e al Volturno, a Torino come a Caprera. Persino nelle trattative per la guerra di secessione americana. Affarista astuto e senza riguardi, con preferenze nel settore immobiliare, dopo l’unità non si ritira come il suo eroe. Briga per farsi eleggere in Parlamento, ma la sua regione lo tradisce: trombato due volte nel collegio ascolano, ci prova con successo lontano da casa, a Santa Maria Capua Vetere nel 1866. Intanto fa affari in Belgio, Inghilterra e Svizzera. A Caprera ci andrà sul viale del tramonto, che a torto immaginava successivo a quello di Garibaldi. Con la prima delle camicie rosse aveva incontrato il re Vittorio Emanuele II a Teano. Il momento di gloria di Augusto e Giuseppe furono i preparativi dei Mille e l’ambiente genovese pieno di donne. L’epopea dell’eroe italiano, l’unico, il vero, scolorò nella deriva inerziale dei Savoia, tenuti in piedi dalla strategia del conte di Cavour. Una storia italiana.

E pure marchigiana, quando l’arrembante Garibaldi aveva smaniato nei giorni della repubblica romana. I tempi del Piceno, di Fermo, Ascoli e Macerata non torneranno. I poteri forti (quelli sì che lo erano) decisero che le Marche e l’Umbria fossero la strada per svoltare dalle promesse garibaldine al Mezzogiorno. Terra ai contadini, riforme sociali, integrazione nord-sud. Voce ai briganti. Suvvia non scherziamo: l’ordine andava ristabilito. L’Italia che vince non è quella degli intrighi progressisti dei circoli garibaldini, degli anticristi e delle donne di gamba svelta. No, la festa finisce a Teano e, molto prima, col proclama di Rimini ai marchigiani. Ad Ancona arriva il commissario Lorenzo Valerio, alle elezioni del collegio dorico il capolista si chiama Camillo Benso conte di Cavour. L’Italia minoritaria, legalista e monarchica armerà gli sparafucile contro tutti gli oppositori. Una regione ultra cattolica, patria del Papa Re Pio IX, il senigalliese Mastai Ferretti, verrà rigirata come un calzino dalla decretazione d’urgenza del sommo commissario Lorenzo Valerio, il piemontese che da giovane aveva avversato Cavour. La dinamica acquisitiva del conte mette dalla sua parte chiunque può servire al disegno della nuova Italia, lasciando anche tutto lo spazio all’esercito mezzo sabaudo contro i briganti, siano essi ascolani, pesaresi o campani. Le Marche daranno il loro contributo. L’eroe carnefice di Pontelandolfo (400 rinchiusi e bruciati vivi nelle loro case incendiate) e Casalduni, il vicentino Pier Eleonoro Negri, aveva fatto il salto di qualità militare ad Ancona, ma nessuno lo ricorda. O forse fa finta.

 

 

Paolo Boldrini, Passaggio Marche. La reliquia laica di Garibaldi, Corriere Adriatico, 5 agosto 2012