Penitenti allegri d’Italia

 

Debitori si nasce. “La sottoscrizione di Buoni del Tesoro a un interesse del 5% è autorizzata dal governo per contrastare il deficit nel bilancio dello Stato, che è passato dai 504 milioni a 3 miliardi e 587 milioni”. Sembra una notizia di oggi? Magari. Queste cifre si riferiscono all’impennata del passivo statale dal 1930-31 al 1932. Era il tempo della Quaresima, proprio come adesso. Allora neanche le parole d’ordine immaginifiche e i gesti imperiali del fascismo riuscivano a nascondere la crisi profonda dell’economia nazionale. Prima negata, sottovalutata, poi ammessa con molte reticenze e ammantata di significati palingenetici, la crisi del ’29 si rivelò senza precedenti. Il punto da cui ripartire sfiorava la catarsi. Potenza della propaganda, che sembrava insuperabile nel Novecento e che invece cresce sempre di più.  Oggi come allora si moltiplicano gli inviti alla penitenza e all’umiltà; dal Vaticano - che li ha sempre fatti, è la sua missione - e dalla politica. Joseph Ratzinger parla in questi giorni della “condizione della Chiesa in cammino nel deserto del mondo e della storia”. Un deserto che in Italia s’è tentato di bonificare coi buffi, con oasi non pagate o messe sul groppone di un’economia asfittica, che fino agli anni del boom economico ha prodotto sforzi immani a sostegno di manie espansive, di sogni e voli pindarici, di megalomanie collettive. Come l’attacco alla Russia, quello sgangherato alla Grecia, le avventure africane. Ai greci cui oggi la crisi regala lacrime e sangue (e barricate, fuochi, rabbia infinita) portammo la guerra senza un perché. Eravamo così convinti di farla, quella guerra, che nell’autunno 1940 non riuscimmo a sbarcare i somari (nel senso di simili ai muli) a Igoumenitsa. Quadrupedi in partenza da Ancona, Bari e Brindisi. Gli alpini vedranno i somari solo nella primavera 1941. Gli squadristi andranno all’assalto degli straniti greci al canto dell’Italia erede della romanità imperitura, della forza e della civiltà. Antico andazzo poi sfociato nelle ribalte canterine sul genere sanremese. L’ugola dispiegava allora un motivo didattico: “Il duce ha garantito/ che adesso viene il bello/ e i greci assaggeranno/ il nostro manganello”. Un paese di poeti, il mandolino del capitano Corelli farà apprezzare un’altra Italia. Una faccia una razza, come nel film Mediterraneo delle speranze tradite. Le idee dell’immediato secondo dopoguerra: “volevamo cambiare il mondo, non ci hanno fatto cambiare niente”. Adesso cambierà la Fornero, ministro piemontese dalla fronte alta. Un tipo che non assomiglia certo al marchigiano Brodolini. Quando la festa finisce arriva sempre un sabaudo che fa l’austero e carica i sindacati come un toro nell’arena. Immagine forte? No, sviamento dei fatti, come dicono i giuristi. Via l’articolo 18, che blocca la crescita, un altro dei luoghi comuni che diventano tormentoni. Divagazioni astruse di un inverno falsamente assertivo. Nel mentre la baldoria continua: greppie ridondanti, consumi di lusso, lamentazioni alla chiagni e fotti, baby pensionati intoccabili, evasioni fiscali a go-go, doppie morali. Inviti all’austerità e al cambiamento che vanno rivolti sempre ad altri, a quelli che verranno, in una logica da scaricabarile ch’è intrinseca nel carattere nazionale.  Il luogo comune che ripetuto con sicumera assolutoria delle patrie debolezze diventa verità granitica. Come i virtuosi plurilaureati e masterizzati che vanno a Berlino, Hong Kong, Londra, New York, magnificati nei talk show quale entità possente. Qualche centinaio di migranti di buon reddito vengono trasformati dalla propaganda televisiva in un esercito dilagante, per cui si crea il mito dell’italiano sempre scienziato e fenomenale, una categoria di eletti mandata in fuga dai baroni delle università, sempre beceri e malloppisti, per cui pure uno che va a fare il pizzaiolo a Stoccarda si sente un marziano. La fuga dei cervelli che assomiglia a quella del cavallo morto. Dicevamo della Quaresima svilita da questi messaggi a senso unico. Molti dei nostri leader portano responsabilità pesanti. Troppi hanno largheggiato, in tempi di vacche grasse era facile barattare voti in cambio di debiti. O privilegi spacciandoli per welfare. Molti sedicenti francescani e quaresimalisti della politica hanno fatto man bassa dei bilanci statali. Finanziammo in deficit l’ingresso nella Grande guerra, e non abbiamo più smesso. Dopo Quintino Sella abbiamo sempre fatto (male) i keynesiani, qualche volta inconsapevoli, come quel politico che gli toccò l’onta di vedersi intestata una casa suo malgrado. Parole, fiumi di parole, quando servono fatti a sostegno di idee che possano segnare una svolta. Perché risolvere i problemi è più difficile che dissertare se le toppe al culo, cui forse siamo destinati, siano di destra o di sinistra.

 

Paolo Boldrini, Penitenti allegri d’Italia, Corriere Adriatico, 26 febbraio 2012