Provincie, quell'identità posticcia

 

C’è stato un tempo in cui le Marche hanno accarezzato l’idea delle sette province. Avrebbero fatto concorrenza alla Sardegna di oggi con le sue province strane, sul genere di Olbia-Tempio, Ogliastra, Carbonia Iglesias o Medio Campidano. La burocrazia italiana s’è spesa bene in enti territoriali da fumetto, tipo Bat (Barletta, Andria, Trani) o Gulp (o Gasp, fate voi) con le lombardo-piemontesi MB Monza-Brianza e VB Verbano-Cusio-Ossola che a stargli dietro da noi potrebbe essere una S. Maria Nuova-Filottrano-Passatempo. Mica male.

Roma sarà pure ladrona, ma i sedicenti difensori del territorio, quelli delle Comunità montane a 100 metri sul livello del mare, non scherzano.

Arrivato il lumbard Monti, la festa è finita. I salvatori del territorio fanno melina, cercano di passare dalla festa alla siesta. Ci riusciranno? Siamo il paese dell’inesauribile, tutto può essere.

 

Le Marche rischiano la riabilitazione della linea tracciata dalle battaglie del Musone durante la seconda guerra mondiale, quale odiato confine tra ciò che resiste -le due province di Ancona e Pesaro- e ciò che andrà fuso, assai controvoglia. Tre province in una: Ascoli, Macerata e Fermo, roba da review del trombonesco. Ma i confini erano già labili nelle Marche del ‘700, quando papa Clemente XII impose più a nord il tracciato della strada Vallesina. Poi vennero gli innovatori della breve Repubblica Romana. I moti di Macerata, con Garibaldi che provò a scuotere la Marca profonda e indolente, e la resistenza di Ancona dall’assedio austriaco del 1849 avvisarono che i marchigiani sono gente tosta.

 

La battaglia di Castelfidardo segnò il tempo nuovo dell’Italia unita. Peccato che funzionò da freno all’epopea garibaldina di un diverso ordine sociale. I contadini marchigiani passarono dal papa re al papa laico di Torino. Manco se ne accorsero. Migliorò l’organizzazione, arrivò la leva obbligatoria, non mancarono nuove tasse, aumentò la produzione agricola, che ebbe un sensibile rialzo.

I piemontesi fecero come Monti: beffarono i fermani. Via la provincia. E Camerino? Peggio: via subito la seconda provincia del maceratese. Restò il capoluogo Majerata granne, posto tra Chienti e Potenza, ma la diminutio colpì inesorabile la sua università, declassata ad ateneo di secondo ordine e privata dei finanziamenti pubblici. Pochi soldi per retribuire i docenti. Rimase una sola facoltà: giurisprudenza. Ma gli avvocati non bastarono a risollevarne le sorti, nemmeno nel decennio successivo.

I sabaudi applicarono alle Marche il decreto Rattazzi, in vigore al nord già dal 1859. La tendenza centralista di uno stato elitario e monarchico, ma risoluto, fu confermata dalla legge Lanza del 1865, col ruolo del mattatore affidato al Prefetto. Le prefetture contesero il potere ai consigli provinciali fino ai tempi di Giolitti.

 

Il cambiamento fu annunciato dalle colonne di questo giornale, che si chiamava allora Corriere delle Marche: “L’istituto della burocrazia che per tutto contare, controllare e dirigere tutto imbarazza e distrugge, deve cedere il posto a superiori interessi politici e sociali”.

Si lavorò molto sul mandamento del Metauro per creare spazio ad Ancona. La rimpolparono con Fabriano e Sassoferrato all’interno e gli ex territori collinari del Musone: spinsero Osimo, Loreto e Filottrano verso la Dorica. Rispedirono Gubbio in Umbria. Il ministro dell’Interno, il bolognese Marco Minghetti, diede qualche giustificazione plausibile su Loreto. Di più su Osimo: “Da oltre 40 anni compreso dal Governo pontificio per domanda degli abitanti nella provincia di Ancona, ha con questa interessi infiniti”.

Nel dipartimento del Tronto si prese l’ex provincia Camerino, poi San Ginesio e Sarnano per allargare la provincia di Macerata. Anche Visso, scartato dal regio commissario per l’Umbria Gioacchino Pepoli (altro bolognese, cui andava di traverso il vero tragitto del fiume Nera), fu accorpato alla provincia di Macerata. La scelta della nuova provincia del Tronto, erede dell’omonimo mandamento, cadde su Ascoli con una motivazione che pare -oggi come allora- discutibile e indigesta ai fermani: “ Per la maggiore centralità della sua posizione”. Guardando la cartina non sembra. Ma c’è sempre un perché: “La ragione geografica impone che a questa provincia in tempo breve si unisca la parte di Abruzzo che va fino al fiume Vibrata almeno, e meglio fino al Vomano. Quest’ultima ragione per altro rende indispensabile che capoluogo della provincia divenga Ascoli invece di Fermo, che lo era del dipartimento del Tronto”.

Gira e rigira, appare interessante la divisione delle Marche ai tempi del Regno Italico. Agli inizi dell’Ottocento la regione aveva tre grandi aree: dipartimento del Metauro, del Musone e del Tronto. Alla fine neppure oggi sarebbe un’idea balzana. I numeri, certo, sono quelli che sono. E sulla collocazione dei rispettivi capoluoghi si può aprire un dibattito intorno alle questioni concrete, da ricondurre ai limiti imposti dal governo. E dunque senza chiacchiere inutili a difesa di ciò che difendibile non è più.

 

 

Paolo Boldrini, Province, quell’identità posticcia, Corriere Adriatico, 2 settembre 2012