Quel sogno che svanisce a Tolentino

 

“Non concepisco l’unità, ma una divisione dell’Italia separata dal Po”. Una sassata sull’orgoglio italiano. Non è una sparata di Borghezio, non l’ha detto Bossi, ma Napoleone Bonaparte, nel maggio 1815 quando i giochi di Tolentino erano fatti e la battaglia del cognato Gioacchino Murat ormai perduta. Perché questa era la diversità profonda tra i due parenti: Napoleone almanaccava su come ritornare se stesso, e l’Italia era solo un mezzo, e forse un problema. Gioacchino dell’Italia se n’era invece innamorato. Amore interessato, certo. Ma tale da portare il suo nome nella storia nazionale in fieri, nell’astrazione unitaria, e bramosa ricerca, di “un tempo sognato” come direbbe Fossati, “che bisognava sognare”.

L’impresa murattiana del 1815 fu il primo segno dell’unità italiana, e Gioacchino può essere considerato il primo dei suoi martiri.

Il generale Belliard, inviato speciale di Napoleone, porta il messaggio separatista ante litteram -da Parigi a Napoli-  che Gioacchino Murat vede solo l’11 maggio 1815, durante la ritirata. È in quel messaggio che Napoleone prevede una sorta di separazione dell’Italia, una divisione trasversale a uso e consumo transalpino, nel senso che concedeva al cognato la parte destra del Po, tenendo “per gli interessi della Francia” la sponda sinistra.

Il quadro complessivo degli avvenimenti che portano alla Battaglia di Tolentino inizia a delinearsi tra il gennaio e il febbraio 1815. S’incrociano due destini in terra ligure, quello di Vittorio Emanuele I, in visita solenne a Genova, e quello di Ignazio Thaon de Revel, cui gli inglesi consegnano il governo della Liguria, nel nome dello stesso Vittorio Emanuele. Pochi giorno dopo, Napoleone lascia l’isola d’Elba: si aprono i fuochi dei cento giorni. Il primo di marzo Bonaparte sbarca a Cannes e punta su Parigi. La notizia agita il Regno di Napoli. Sotto il Vesuvio il re Gioacchino Murat fa il doppio gioco: rassicura gli austriaci sul sistema di alleanze del gennaio 1814, ma si prepara alla guerra. La dichiara ufficialmente solo quindici giorni dopo, nonostante forti resistenze interne. Le sue truppe marciano verso nord e occupano con facilità territori marchigiani e romagnoli. Da Rimini Murat fa il celebre appello agli Italiani:

“L’ora è venuta che debbono compirsi gli alti destini d’Italia. La provvidenza vi chiama in fine ad essere una nazione indipendente. Dall’Alpi allo stretto di Scilla odasi un grido solo: L’indipendenza d’Italia”.

Il lungo proclama tocca le corde dello spirito nazionale:

“Ottantamila italiani degli Stati di Napoli marciano comandati dal loro Re, e giurarono di non dimandare riposo se non dopo la liberazione d’Italia”… “Trattasi di decidere se l’Italia dovrà esser libera, o piegare ancora per secoli la fronte umiliata al servaggio”. “Quanti prodi guerrieri, e patrioti virtuosi svelti del paese natio! Quanti gementi tra i ferri! Quante vittime d’estorsioni, ed umiliazioni inaudite! Italiani, riparo a tanti mali. Stringetevi in salda unione”. “Io chiamo d’intorno a me tutti i bravi per combattere; Io chiamo del pari quanti han profondamente meditato su gli interessi della loro Patria, affine di preparare e disporre la costituzione e le leggi che reggano oggimai LA FELICE ITALIA, L’INDIPENDENTE ITALIA”.

Murat conta nella sollevazione. Aspetta la terza discesa del cognato sul Po. Spera invano che gli uomini dell’ex Regno Italico confluiscano nelle sue truppe. Intanto attacca Modena e la libera dagli austriaci. Vede da vicino il neonato Regno Lombardo-Veneto, composto dai territori dell’antico Ducato di Milano e dell’ex Repubblica di Venezia. Vienna comanda la burocrazia del regno fantoccio, con un esercito e un’amministrazione senza autonomia, mere teste di ponte dell’Austria. Sul Danubio si decide che la misura è colma e passano al contrattacco: Modena è riconquistata, i murattinani ripiegano. Lasciano anche Bologna e Firenze, il popolo non li segue. Siamo a metà aprile del 1815. Il vento cambia, Murat lo fiuta impavido. Ma il 29 aprile il principe di Metternich lo mette alle corde col Trattato austro-borbonico: il primo ministro austriaco assicura a Ferdinando IV di Borbone la restaurazione del Meridione. Ricevuta la garanzia dai Borbone di non tornare a Napoli col coltello fra i denti (gli austriaci temevano vendette sulla popolazione) passa all’attacco contro gli uomini di Gioacchino Murat.

È questo il quadro in cui gli eserciti si affrontano a Tolentino. I numeri sono quelli di una grande battaglia campale: 15 mila i napoletani, 12 mila gli austriaci. Murat scelse in fretta Tolentino per impedire che altri 11 mila uomini, guidati dal conte Nipperg (che dovevano essere impegnati sul Cesano) raggiungessero quelli arrivati sul Chienti. La battaglia è subito cruentissima (tra morti e feriti si conteranno 1.100 napoletani e 700 austriaci). L’esercito di Gioacchino sembra prevalere. Murat ordina l’accerchiamento degli austrici alle spalle, passando per Petriolo e San Ginesio, ma la manovra è eseguita in ritardo. Gli austriaci attestati sulle alture di Cantagallo sparano a colpo sicuro. I napoletani riparano su Pollenza. La battaglia è in bilico. Murat ci crede ancora, ma le Marche non lo aiutano. Decide di ripiegare su Macerata, dove può contare su rinforzi e approvvigionamenti di viveri. Invece, l’amara sorpresa. Scrive Alfio Pappalardo (Unione nobiltà napoleonica): “Malfidati amministratori e capi del servizio viveri, foraggi e altro, li avevano venduti a degli ebrei per il loro tornaconto”. Gioacchino è tradito dai suoi generali (Pignatelli-Strongoli e D’Aquino). La ritirata su Macerata andava fatta di notte, scrive Murat, non di pomeriggio. La direttrice di Fermo andava coperta e invece Pignatelli l’abbandona. Gioacchino rincara la dose sui marchigiani per “lo scoramento seminato fra i soldati dai malintenzionati abitanti della Marca di Ancona” e per la diffusione della “falsa notizia della mia morte, per cui le truppe abbandonarono la loro bandiera”. Scaricare le colpe, un vizio che viene da lontano.

 

Paolo Boldrini, Quel sogno che svanisce a Tolentino, Corriere Adriatico, 8 maggio 2011