Se il santo è bipartisan

 

C’è una via marchigiana al trasformismo repentino anche alla fine del Settecento. Un sistema di potere che s’aggiusta alla bisogna, quando il vento cambia e conviene far tesoro delle posizioni altrui. Dal punto di vista della scienza politica, che è scienza del potere in tutte le sue forme e dimensioni, non fa una piega. Sui giudizi di valore, qualcosa da dire ci sarebbe.

Ma andiamo per gradi: siamo all’imbrunire del diciottesimo secolo. Urbino sta tranquilla coi papali da un paio di secoli, dopo esser cresciuta con l’antico Ducato. Ma il 7 febbraio 1797 l’Armeè d’Italie del generale Bonaparte impone il tricolore della Francia repubblicana.

Per i transalpini è un febbraio di fuoco: dilaga la rivolta antifrancese. Pesaro s’adegua (dicono i ducali che “s’è persa”), il Montefeltro no. La rivolta parte dalle campagne, con Urbino portabandiera delle istanze rurali contro la città. Contro Pesaro e la pianura: “l’hanno spogliata” dicono, in danno del Papato stesso.

Storia rocambolesca che ritorna grazie alla pubblicazione di un antico manoscritto dell’abate Crescentino Fiorini, ripescato dal fiuto del professor Dino Mengozzi, che all’università di Urbino insegna storia contemporanea. Ristampato grazie anche alla Fondazione Cassa di risparmio di Pesaro, il “diario delle cose di Urbino” racconta l’incedere della modernità che sconvolge equilibri e muta destini. La lezione in fondo era semplice, scrive il rettore Stefano Pivato nell’introduzione: “un mondo reso asfittico dalle troppo rigide gerarchie di ceto si apriva infine ai ceti più bassi”. Perché il triennio tumultuoso di Urbino e delle Marche nasce dalla strada, e nella tensione del cambiamento cresce una nuova classe dirigente.

Ma i contadini amano la quiete, non la tempesta. E resistono al cambiamento.

L’insorgenza urbinate è forte di almeno settemila uomini, gente del capoluogo, di Urbania, Sant’Angelo in Vado, Auditore, Fossombrone.

Vogliono la testa degli invasori, stranieri e per di più contro il Papa. La cercano anche quando non ha più senso, perché a Tolentino il trattato del 19 febbraio assegna Urbino allo Stato della chiesa. Una settimana dopo i contadini di Urbino ancora difendono la città contro gli assalti del generale francese Sahuguet che dà l’ordine di sparare sui feltreschi sessanta palle incendiarie. Ne scoppiano solo venti, ma bastano per causare un morto e danneggiare una decina di case.

Nota con ironia Dino Mengozzi che gli insorgenti marchigiani non sapevano “o piuttosto non vollero saperlo” che a Tolentino avevano chiuso l’accordo. “E così furono più liberi di interpretare il ritiro delle truppe francesi quale effetto di una schiacciante vittoria”. Anzi, più di una vittoria: “un miracolo”, il miracolo di San Crescentino.

La storia corre. Il 30 marzo a Pesaro è siglata l’intesa con i francesi. Il contado di Urbino, polemico verso le autorità religiose (fuggite per paura del nemico) domina la piazza, ma la città resta priva di quell’autorità politica che le elite vorrebbero re insediare dopo l’accordo. Come riportare a casa i contadini? Come rimetterli al loro posto? Con la potenza del santo patrono si restaura un forte orgoglio civico. Manifestazioni religiose centrate sulle facoltà taumaturgiche di San Crescentino spaccano la partita. E i contadini rifanno da penitenti il percorso che poche settimane prima avevano compiuto armati fino ai denti.

La chiesa emargina per qualche settimana il vescovo Berioli, pavido umbro di Città di Castello, e mette in capo alle celebrazioni l’urbinate cardinale De Praetis, vescovo di Jesi. Si commissiona al pittore Vittorio Rondelli la statua di san Crescentino, il santo democratico che fa il miracolo di ricompattare i fedeli intorno alle autorità religiose cittadine.

Il santo si sdoppia. Da un lato è l’alfiere della vittoria sulle truppe nemiche, dall’altro si prepara al miracolo marchigiano, da fare sul fronte opposto.

I francesi tutelano il Montefeltro. Colpa della massoneria, dice l’abate Fiorini che non nota opposizioni. E che poi si adegua perché San Crescentino perfeziona il raddoppio del miracolo con l’arrivo della seconda insorgenza: le truppe papalino-austriache (non autoctone, anche se provenienti dalla vicina Umbria) trovano Urbino dormiente. Anzi: ostile. Saggiata la bontà del vento rinnovatore, la città teme la reazione e la vendetta dei retrogradi. E, coup de teathre, chiede l’aiuto dei francesi. Persino il clero locale è contro gli insorgenti della seconda ondata. Eppure questi sono guidati da un prete (don Rinaldo Bernardini, aretino del Chianti) e hanno la stessa base sociale dei precedenti, sono contadini, gente delle campagne.

Ma adesso sono sgraditi. Sprezzante il giudizio dell’abate Fiorini: “che razza di gente era questa mai”.

È che gli opposti si sono attratti. Preti e giacobini s’alleano e fanno cartello. Benedetti dal santo patrono.

Arriva dunque l’altare laico, un’alleanza fra trono e clero, una riabilitazione del diavolo in salsa civica. Un salto della quaglia che fa sempre scuola in Italia.

 Paolo Boldrini, Se il santo è bipartisan, Corriere Adriatico, 18 novembre