Vittoriano, felice colpa del patriottismo

 

Un marchigiano diffamato. La critica più radicale è spesso insultante per il suo lavoro, che viene a torto accostato al regime fascista. La colpa è di essere l’autore del progetto di uno dei monumenti simbolo di un’Italia che non c’è: il complesso del Vittoriano a Roma. L’architetto Giuseppe Sacconi, nato a Montalto Marche nel 1854, muore nel 1905 quando il fascismo proprio non esiste. Muore divorato da quel lavoro, senza averlo finito.

Non immagina il tempo che verrà. Ha il torto di partecipare ad una gara per l’appalto di uno straordinario complesso monumentale voluto per onorare la memoria del re Vittorio Emanuele, morto nel 1878. Sacconi va al concorso contro 97 progetti sfidanti. E vince. La commissione è forte di 19 esperti, fra i quali il presidente del consiglio Agostino Depretis.

Per Giuseppe è una fortuna: va subito in Parlamento. Già nel 1887 è il parlamentare marchigiano più illustre, nonostante che in aula faccia spesso scena muta. La politica romana gli serve per l’amata professione, e in fondo s’interessa solo alle commissioni per la valorizzazione del patrimonio artistico nazionale. Dalle tensioni politiche marchigiane si tiene lontano. Lascerà nel 1904, dopo sei legislature, il seggio di Ascoli e San Benedetto a Luigi Dari, suo compagno di convitto a Fermo, un politico di altro spessore che sarà ministro di Grazia e Giustizia nel 1914.

Al Vittoriano Sacconi è il progettista e il direttore artistico dei lavori e non gli perdonano di aver chiuso via del Corso in una prospettiva grandiosa. Uno storico del calibro di Alberto Maria Ghisalberti ha definito il Vittoriano “uno dei monumenti più brutti del mondo”. Punti di vista. La romanità dell’altare della Patria sarebbe il suo limite. I socialisti de L’Avanti lo sfotterono come “Monumentissimo”, i sindacalisti rivoluzionari (gli stessi dai quali uscirà il duce Mussolini) parlarono di “patriottismo falsario e ladro”. Già allora l’Italia moralista e piagnona amava il profilo basso.

In quel tempio fintogreco di piazza Venezia, Sacconi guida l’improbabile sintesi tra lo stato sabaudo e l’Italia papalina, tra la sinistra pervasa dal trasformismo e la destra storica. Ne esce una enormità neoclassica.

Il torto dell’architetto marchigiano peggiora con il primo dopoguerra. Ma lui è già morto da un pezzo. Nel 1921 l’altare della Patria accoglie il Milite Ignoto. I fascisti prima detestano il Vittoriano, così come fanno i futuristi, che lo considerano la prova dell’inettitudine dell’Italia liberale (una fabbrica infinita, con costi enormi che lievitano da 10 a oltre 28 milioni di lire), poi si distaccano dal coro e fanno proprio il senso dell’opera. Per loro è D’Annunzio il principale ispiratore del monumento. Fantasie. Ma la presa di possesso del Vittoriano rappresenta l’accettazione dell’eredità politica della Grande guerra. Mentre tutti la rifiutano, il fascismo assume quella eredità che è militare, culturale e di potere. Il combattentismo deviato non si cura delle forme: muove alla sostanza. È una svolta fondamentale sulla strada della conquista del potere.

Il nostro si rigira nella tomba. La sua è una carriera classica da marchigiano di Roma. Cresciuto a Fermo, dove frequenta l’istituto Montani, va nella capitale sulla scia dello zio Carlo Sacconi, cardinale.

Fa tirocinio nello studio del massimo architetto romano, Luca Carimini, pure lui di origine marchigiana, talento di una famiglia arrivata a Roma da Urbisaglia. Poi il Vittoriano, felice colpa. Inventata.

Paolo Boldrini, Vittoriano, felice colpa del patriottismo, in Marche Meraviglia, Corriere Adriatico, 12 dicembre 2012