Omicidio Bonservizi, Giallo Malaparte in quelle trame nere

 

Le recenti fibrillazioni del quadro politico, con parlamentarie, primarie e illusioni di democrazia diretta ripropongono la questione delle Marche nella grande politica. Di quale potrà essere il ruolo di personale politico sconosciuto al di sopra del Foglia e parimenti ignoto appena superato il Tronto.

In passato abbiamo vissuto stagioni migliori, anche nei personaggi spesso sminuiti per interesse di parte, convenienze o pregiudizi politici. O per vicende misteriose e magari poco edificanti, come quella che vide alla ribalta Nicola Bonservizi, giornalista di Urbisaglia. Una mezza celebrità nella Parigi dei primi anni Venti. Segretario dei fasci all’estero, corrispondente del Popolo d’Italia, Bonservizi era amico di Mussolini.

Nel settembre 1923 fonda a Parigi il periodico “L’Italie Nouvelle”, e chiama a collaborare gente del calibro di Ungaretti.

Nel pieno della crisi fascista dell’estate 1921, quando Mussolini sottoscrive un patto di pacificazione coi socialisti e prova senza successo a smorzare la piega militare presa dalle camicie nere, i superfascisti mettono in discussione la linea del partito.

Bonservizi dà una mano a Mussolini in quel momento critico, quando gli agrari emiliani sostenuti da Grandi sembrano sul punto di scindersi dal fascismo. Gli squadristi bolognesi vogliono mani libere, spingono Benito da destra. Il fuoco parte dal loro giornale “L’assalto”. Mussolini non ha peli sulla lingua contro di loro, contro il “fascismo che non è più liberazione ma tirannia”. Dal Popolo d’Italia attacca quel fascismo “non più salvaguardia della nazione, ma difesa di interessi privati e delle caste più opache, sorde, miserabili che esistano in Italia”. È un passaggio che potrebbe essere fatale al duce. Dino Grandi leader degli agrari e Pietro Marsich giornalista e capo dei fascisti veneziani, pensano a D’Annunzio per liquidare Mussolini. Il corrispondente da Parigi Nicola Bonservizi è fermo col duce. Scrive sul Popolo d’Italia il 23 agosto 1921: “Quelli che son venuti a noi soltanto per spendere la loro esuberante giovinezza o per difendere interessi di classe non sono mai stati fascisti e perdendoli non perderemo nulla”.

Il progetto di pacificazione è per il giornalista marchigiano “non soltanto opportuno ma necessario, indispensabile. Andate fuori dell’Italia, spaziate in vasti orizzonti, ascoltate quello che si dice del nostro Paese”. E insiste sulla statura internazionale incerta, “se non ci adoperiamo a far trionfare la pace, a ristabilire l’ordine indispensabile ad ogni civile attività, se non diamo prova di disciplina nazionale”.

Bonservizi è un moderato. Ha cuore per l’immagine italiana all’estero e in riva alla Senna trova contatti con gli antifascisti repubblicani. È con lui a Parigi lo scrittore Curzio Malaparte, personaggio più complesso, difficile dire se condivida o meno. A Roma il giornalista marchigiano è giudicato troppo molle, le spinte dei falchi emiliani portano Amerigo Dumini in Francia. Il futuro attentatore di Matteotti fa l’agente provocatore. Fra il complottista Malaparte e il violento Dumini è singolare che gli anarchici decidano di accoppare proprio il giornalista di Urbisaglia. Fatto è che il 20 febbraio 1924 il cameriere anarchico Ernesto Bonomini ferisce gravemente Nicola Bonservizi in un ristorante di Parigi. Il fascista marchigiano muore pochi giorni dopo.

Il processo indaga l’intrigo che potrebbe legare l’omicidio di Bonservizi al delitto Matteotti, snodo cruciale della presa di potere fascista. Cosa c’entra Malaparte? Secondo Le Quotidien è lui il protagonista delle trame che portano alla morte dell’influente marchigiano, l’autore di un complotto che guida la resa dei conti interna al fascismo. Fantasie diffamatorie, secondo Malaparte che querela il giornale francese, vince la causa (ha per legale il ras Farinacci), e dimostra una sostanziale estraneità ai fatti, che restano tuttavia molto nebulosi.

Curzio avrebbe avuto interesse alla poltrona di Bonservizi, che è di grande visibilità. Non basta: Malaparte accredita l’escamotage difensivo di Dumini secondo cui Matteotti era stato ucciso (anche se l’intenzione era di limitarsi a dargli una “lezione”) per vendicare l’omicidio Bonservizi.

Secondo Amerigo Dumini, infatti, Malaparte fornisce a Marinelli (segretario amministrativo del Pnf) le prove che lo stesso Matteotti era l’ispiratore dell’attentato parigino al giornalista maceratese. Queste prove non sono mai emerse. Malaparte ha un’altra verità, naturalmente esplosiva: Bonomini avrebbe ricevuto denaro da due antifascisti italiani (una sera al Bois de Boulogne di Parigi) non per ammazzare Bonservizi, ma addirittura Mussolini: quello era il vero obiettivo. L’azione difensiva e di vigilanza di Malaparte, Dumini e soci su Bonomini avrebbe reso impossibile la partenza di questi per l’Italia. A quel punto gli anarchici avrebbero deviato le attenzioni omicide sul numero uno del fascismo all’estero, il marchigiano Bonservizi.

Scrive l’ambasciatore Maurizio Serra (nell’eccellente “Malaparte, vita e leggende” appena uscito per Marsilio, dopo la fortunata edizione francese) che l’affare è losco: il minorenne Bonomini, “carattere debole e senza energia, ha davvero agito da solo? Alcuni testimoni lo hanno visto intrattenersi con stranieri dall’accento toscano (Dumini è di padre fiorentino), mai identificati.”

Paolo Boldrini, Omicidio Bonservizi, Giallo Malaparte in quelle trame nere, Corriere Adriatico, 6 gennaio 2013