Sotto l’ala di Celestino V

 

L’ultimo a dimettersi sul serio fu Celestino il bonaccione, il 13 dicembre 1294. Non proprio ieri, ma ben duecento anni prima che Colombo scoprisse l’America. Celestino era diventato papa nell’estate precedente, regnò quindi pochi mesi. Erano tempi bui per la chiesa, stretta fra le trame dei D’Angiò -ch’egli soffriva- e un ruolo moralmente dubbio. A Roma la presero male, tanto che fecero arrestare Celestino V nelle campagne di Vieste. La digressione garganica per arrivare all’eremo abruzzese di Sant’Onofrio si trasformò in incubo. Il suo successore al soglio pontificio, il ciociaro d’ascendenze longobarde Bonifacio VIII, lo fece incarcerare fino alla morte in una galera dalle sue parti, a Fumone, un paese del frusinate. Monaco molisano, eremita tra Sulmona e la Maiella, Celestino è venerato patrono di Isernia e compatrono di Urbino e de L’Aquila, la città in cui fu incoronato.

Bonifacio era il suo esatto contrario. Forse memore delle attitudini predatorie dei suoi avi, ricavò dalla carica un bottino cospicuo. Teneva famiglia, nonostante la scelta religiosa. E quella famiglia, i Caetani di Pisa, egli arricchì di pecunia e latifondi.

I papi marchigiani furono meno venali, ma è questo un tratto genetico, un elemento distintivo che si perde nella notte dei tempi.

Dunque un pontefice torna a dimettersi dopo settecento anni. Ratzinger è un papa molto legato alla tradizione mariana e al santuario della santa casa di Loreto. Appartiene a quel cattolicesimo profondo che dalla Baviera attraversa il Tirolo e giunge a noi dal Trentino asburgico di Alcide De Gasperi, e arriva nel Veneto dei molti episodi di storia della chiesa, anche recente, coi papi Giuseppe Sarto e Albino Luciani. Magari un po’ diversi da un altro veneto, Gregorio XII -per alcuni l’ultimo papa dimissionario, ma probabilmente indotto a lasciare- il veneziano Angelo Correr, morto e sepolto a Recanati. Era il tempo del Concilio di Costanza (1415-18). Lontane storie di intrighi, di papi eletti contestualmente e insieme deposti, di conflitti col clero francese, per cui la palma dell’ultimo vero dimissionario è da aggiudicare a Celestino.

Più chiara è la vicenda dell’addio di Ratzinger, il papa che lo scorso anno ha anche nominato il suo ex segretario Georg Ganswein arcivescovo di Urbisaglia. L’unico prete che abbia avuto la copertina di Vanity fair pare abbia riportato in chiesa un po’ di agnostiche della zona. Ma a parte le facezie, come dicevamo è rilevante il trasporto di Benedetto XVI verso la santa casa di Loreto. In verità non il solo papa legato profondamente alla nostra comunità.

E d’altronde i nostri papi si perdono ormai nei secoli della storia. Chi ricorda più il tenace Annibale Fiumi Sermattei, papa Leone XII, nato a Genga, cardinale sin dal 1816, che fu eletto pontefice nel 1828? A parte alcune iniziative del comune gengarino in suo nome, fra le quali una coraggiosa riproposizione della mela autoctona, ribattezzata “mela del papa”, ben poco giunge fino a noi. Fra le molte azioni di un pontefice ultraconservatore rimane traccia della repressione del brigantaggio nello stato pontificio e dei disordini nella capitale, una Roma poco francescana. Leone era noto per l’austerità di consumi e costumi.

Diverso fu il papa che gli seguì, seppure per soli venti mesi (1829-30): il nobile cingolano Pio VIII, al secolo Francesco Saverio Castiglioni. Gesuita esperto di diritto canonico, aveva interessi di politica internazionale. Fu eletto a sorpresa, non aveva un grande palmares, era stato vescovo di Montalto delle Marche, poi cardinale di Santa Maria in Traspontina (sede ch’era vacante da una decina d’anni e un tempo teatro delle gesta del cardinale Giuseppe Accaramboni, nato a Preci, ma molto noto tra le vicine Visso e Camerino), infine di Anagni e Cesena.

A Montalto visse da infante Felice Peretti di Grottammare, futuro Sisto V. Pontefice dal 1585 al 1590, nella capitale lo chiamavano “er papa tosto”. Dotato di vasta cultura fu docente alla Sapienza e inquisitore inflessibile in Veneto. Troppo severo anche per i canoni dell’Inquisizione, fu richiamato a Roma. Niente da fare: non perse il vizio indagatore e adottò provvedimenti duri contro il brigantaggio nelle campagne romane. Non esitò neppure ad abbassare la minorità delinquenziale ai quattordici anni e ritenne responsabili le comunità degli atti violenti compiuti dai propri membri. Un castigamatti marchigiano che attaccò deciso la Roma corrotta di fine Cinquecento.

Molto rigido nella forma più che nella sostanza fu il più famoso tra i nostri pontefici: Giovanni Battista Mastai Ferretti da Senigallia, papa Pio IX. Fiero avversario dello stato sabaudo, contrastò la cessione di Roma. Una dura opposizione la sua, ma nei fatti molto meno. Provò a fare la voce grossa con Vittorio Emanuele: “Io non sono profeta, né figlio di profeta, ma in realtà vi dico che non entrerete in Roma”. Inutile melina: i sabaudi erano oltre 50 mila, le truppe papaline neanche un terzo.

Il giorno della presa di Roma, il 20 settembre 1870, l’esercito papale (14 mila uomini, di cui nemmeno la metà italiani) offre alle truppe di Vittorio Emanuele una resistenza puramente simbolica. Dopo aver lamentato l’“empia di amarezza” cagionata dal nuovo stato unitario, Pio IX abbassa la guardia contro l’esercito avverso: chiama il comandante pontificio, il tedesco Hermann Kanzler e lo invita a firmare la resa col generale italiano Raffaele Cadorna. Il papa marchigiano aveva capito l’antifona e voleva evitare un inutile spargimento di sangue. Ci lasciarono le penne in 68 (49 caduti tra gli assedianti e 19 tra i difensori). Pochi, secondo la vulgata risorgimentale. Troppi, per come andarono le cose.

Paolo Boldrini, Sotto l’ala di Celestino V, 17 febbraio 2013