Il derby dei direttori dorici.
 

Giusto settant’anni fa moriva a Riccione Vittorio Vettori, anconetano direttore de Il Giornale d’Italia e del Corriere Adriatico, grande giornalista dimenticato. La sua memoria sconta una sorta di derby anconetano nella stampa italiana di inizio novecento. Nel periodo che va dal primo dopoguerra al fascismo, la lotta tra i maggiori quotidiani italiani portava infatti la firma di due anconetani eccellenti: Luigi Albertini al Corriere della Sera, primo quotidiano italiano per vendite, prestigio e diffusione territoriale e appunto Vittorio Vettori, direttore del secondo quotidiano nazionale, quel Giornale d’Italia colosso da 400.000 copie e tre-quattro edizioni giornaliere. Celebre il primo, ingiustamente sottovalutato il secondo. I loro destini furono incrociati e talvolta convergenti. E la battaglia fu combattuta sull’asse Roma-Milano, variante Ancona. Albertini veniva da una facoltosa famiglia anconetana, ma la sua carriera giornalistica e imprenditoriale si sarebbe giocata tutta lontano dall’Adriatico; Vettori era marchigiano di adozione, rampollo di una famiglia veneta d’origine e proprietaria ad Ancona del Corriere Adriatico (che in quegli anni si chiamava L’Ordine-Corriere delle Marche); un talento chiamato giovanissimo a Roma per guidare i servizi politici del Giornale d’Italia.

Vettori muove all’attacco del quotidiano milanese sin dall’incarico di "prima firma" politica. Siamo in piena guerra mondiale. Il giovane marchigiano si era già fatto notare a partire dal 1907, anno nel quale era approdato al foglio di palazzo Sciarra. Vittorio è anche direttore del Corriere Adriatico (lo diventa a 37 anni, nel 1914, dopo la morte del padre Giacomo). E proprio su questo giornale molti politici cercano le notizie più autentiche, indiscrezioni, cose che Vettori non vuole o non può scrivere sul Giornale d’Italia. Si tratta spesso di anticipazioni importanti che per ragioni di riserbo o di opportunità non compariranno sui grandi quotidiani. Vettori è a Roma ed è un infallibile termometro del clima parlamentare. Conoscitore profondo della politica romana, invia puntuale le novità al suo giornale di Ancona, che può così aprire con la nota politica e l’immancabile indicazione "per telefono dal nostro direttore".

Vittorio arriva alla direzione del quotidiano romano nell’estate del 1923 a seguito della violenta lite tra Mussolini e Alberto Bergamini che induce questi alle dimissioni. Vettori sembra l’uomo giusto al momento giusto. E’ gradito al predecessore, che lo considera un fedelissimo, e tutto sommato accettato dal governo che lo stima per il cauto appoggio che offre, ancorché critico. Liberale di destra, seguace prima di Antonio Salandra poi del meridionalista Sidney Sonnino, era stato tra i giornalisti più vicini al primo fascismo, quello dell’esordio che a lui pareva solo baldanzoso e un po’ naif. Pure Albertini non era stato ostile al fascismo degli inizi, ma in forme e modalità diverse. Il grado di indipendenza di Luigi era testimoniato dai risultati raggiunti. Albertini era un gigante del giornalismo italiano. Laureato a ventidue anni in economia politica a Torino, s’era fatto le ossa a Londra come collaboratore de La Gazzetta piemontese diretta da Luigi Roux, ed era presto tornato in Italia.

Al Corriere diventa direttore a 29 anni. E’il 1900. Il quotidiano milanese vende in media 100.000 copie. Nel 1925, quando il fascismo impone la sua cacciata dal giornale, il Corriere della Sera viaggia ormai intorno alle 600.000. A Londra Albertini frequenta la redazione del Times fino a diventare amico di Moberly Bell, una celebrità del tempo. Il grande manager-giornalista piace anche a Vettori e sul giornale di Ancona compare spesso proprio la firma Bell. Ma è solo un derivato più ruspante: si tratta di Coriolano Bellagamba, notista antigiolittiano di Falconara.

Il 1925 è l’anno della fine. Nella tardiva stima dell’effettiva cifra fascista, ad Albertini e Vettori tocca la medesima sorte: defenestrati e costretti alla resa. I due liberali hanno frainteso il fascismo. Che adesso presenta il conto. Per levarsi di torno Albertini, il duce di Predappio gli offre invano la poltrona di ambasciatore a Washington.

Il punto di svolta è la crisi generata dal delitto Matteotti. E nel dicembre 1924 Vettori scrive: "L’improntitudine dei giannizzeri del governo non può in alcun modo arrestare il processo di dissoluzione della situazione attuale". E ancora: "Mussolini, con la sua politica faziosa è la vera causa del sovvertimento della nazione. Il fascismo coi suoi metodi giacobini è il principale autore della pessima situazione interna". Non basta: "La violenza e la frode, ecco l’arte sublime della politica fascista". Ed è allora che i fascisti marchigiani -dopo la commemorazione del deputato Armando Casalini, fascista ucciso su un tram da un operaio romano per vendicare Giacomo Matteotti- inviano questo telegramma:

Vittorio Vettori, Roma – Luigi Albertini, Milano

"Su voi, indegno figlio di Ancona e d’Italia, seminatore di odio e di veleno, ricada il sangue del nostro martire di oggi e tutto il nostro disprezzo".

Paolo Boldrini, Il derby dei direttori dorici, Corriere Adriatico, 14 settembre 2008