La Grande guerra
 

Il 4 novembre di novant’anni fa l’Italia chiudeva trionfalmente la sua avventura nella grande guerra. Una generazione s’era bruciata nell’epopea tragica della vittoria, nel successo pagato a carissimo prezzo. Il trionfo non poté nascondere la catastrofe epocale della guerra, un grande forno di dimensioni planetarie, un evento bestiale di massa, senza precedenti nella storia del mondo.

Le cifre sono impressionanti: 60 milioni di combattenti, nove milioni di caduti, otto milioni di orfani. Danno l’idea di un contributo di sangue tragico e grande gli stessi numeri di pochi giorni in un solo fronte e di una sola battaglia, quella devastante di Caporetto: i caduti italiani furono undicimila; 19 mila i feriti, trecentomila i prigionieri, più di quattrocentomila tra sbandati e disertori. Come sia riuscita l’Italia a rialzarsi dopo quella sconfitta è cosa che va ad onore di un esercito vero, resistente ed energico. Il passaggio sull’opposta riva del Piave, dopo violentissime azioni, è il caposaldo che consentirà di prendere Trento e Trieste e di sfilare a Vittorio Veneto. Nelle azioni tra Valdobbiadene e il Brenta, scriveva questo giornale il 30 ottobre 1918, "gli italiani fanno quattromila prigionieri in poche ore". E’ il preludio della vittoria finale. Nel mezzo ci sono le devastazioni di un conflitto che i marchigiani hanno solo intuito dalle poche notizie dal fronte e appena saggiato nei bombardamenti austriaci del litorale adriatico. La costa marchigiana fu sporadicamente attaccata dal mare, con particolare asprezza ad Ancona, nell’aprile del 1916. Ma la regione scoprirà la guerra vera solo dalla viva voce di feriti e mutilati che tornano dal fronte. Quasi in ogni famiglia c’è un caduto, un invalido, un disperso.

La vittoria sembra spazzare via l’Italia povera e semianalfabeta, e sembrano dimenticate le polemiche dell’anteguerra, quando socialisti e cattolici -maggioranza nel paese- subirono l’iniziativa della minoranza che portò l’Italia in guerra. E’ un’illusione ottica. Perché i problemi tornano più grandi e le ferite nel corpo sociale sono più profonde. In ordine sparso, mentre è al tramonto l’Italia dei liberali e dei notabili, cattolici e socialisti affrontano un dopoguerra durissimo. Ignorano colpevolmente la generazione di eroi sbandati scesi dal Triveneto e contribuiscono ad ingrossare la deriva del combattentismo. Saranno altri ad occuparsi con successo di reduci e combattenti. Prima i futuristi, una manica di avanguardisti della chiacchiera con un programma politico nazionalista e rivoluzionario (che prevedeva anche "la svalutazione del matrimonio" e "l’avvento del libero amore", il divorzio facile e "la liberazione dell’Italia dalle chiese e dai preti") poi D’Annunzio e poi Mussolini. Paradossale che nel momento dell’esordio delle masse nella vita politica sia ancora una sparuta minoranza a cogliere il momento storico e piegare a destra l’Italia. In questo senso il fascismo sarà il prodotto più genuino della guerra. O per meglio dire, dell’incapacità di averla evitata.

La fine della guerra esalta il nazionalismo modernista, le radici pseudo-culturali del tentativo di rigenerare la politica attraverso il grande fuoco del conflitto mondiale. La patria nuova, l’uomo nuovo, l’educazione delle masse, l’idea della nazione come legame spirituale unitario, mostrano la corda nel dopoguerra dei fatti concreti (la miseria, il ritorno alle fabbriche e ai campi, il disordine politico, le violenze) ma imporranno un disegno eversivo.

Scriveva Gramsci nel 1919, su L’Ordine Nuovo, nel pieno dei tumulti del biennio rosso: "Nella classe degli operai e dei contadini è riposta la giovinezza rinascente della civiltà umana. Il male non può prevalere". Fu vero esattamente il contrario.

Paolo Boldrini, La Grande guerra, Corriere Adriatico, 4 novembre 2008