La parabola di Murri
 

Il pensiero e l’idea di Romolo Murri, prete di Monte San Pietrangeli cui è stata dedicata una giornata di studi a Gualdo di Macerata (il paese che ospita la biblioteca appartenuta al filosofo) riporta alla memoria la vicenda politica di novant’ani fa. Proprio nell’autunno del 1919, il modernista marchigiano ch’è considerato uno dei primi leader del partito radicale, emerge come perno di un interessante dibattito sul quotidiano milanese Il Secolo. Non ci sono particolari elementi di somiglianza con la situazione attuale ma la dinamica sempre vivace del sistema politico italiano e le recenti fibrillazioni neocentriste di esponenti del partito democratico rendono ancora più interessante la vicenda dei cattolici in politica. Dai tempi della fine della prima repubblica e della Democrazia Cristiana, la forzata collocazione dei cattolici nel sistema pseudo-maggioritario resta una situazione che appare suscettibile di ampi sviluppi.

Ma torniamo al primo dopoguerra. Murri è un politico navigato e un giornalista brillante. Sul quotidiano milanese dibatte con Turati e Nenni il ruolo di un’area politica non priva di una base sociale. Nella gestione di un periodo cruciale della nostra storia contemporanea, il filosofo è sulla linea del giornale. Mira ad "una trasformazione pacifica e legale, radicale seppur prudente, dell’assetto economico", che pervenga a modificare "in senso più equo il processo distributivo senza crisi violente e disastrose del processo produttivo".

Sono i temi del distacco del mondo radicale della sinistra democratica, forte anche in Pietro Nenni, che invita a lottare contro "la morbosa esaltazione leninistica", pericolosa durante il biennio rosso (1919-1921).

Murri (che era stato interventista) capisce che la maturazione politica dei lavoratori operata dalla guerra fa il paio con l’avvento delle masse nella vita politica. Cerca uno spazio politico al centro. Scrive: "I radical-sociali non hanno bisogno di andare coi socialisti, di fare una semplice giustapposizione meccanica, il partito radicale-socialista. Essi debbono fare un socialismo loro, essere sociali (o socialisti, che è la stessa parola, con un suffisso di accentuazione dinamica) a modo loro, un socialismo nostro, il quale si differenzia sostanzialmente da quello dell’attuale mercato dei valori politici perché non è classista, non è proletario, benché riguardi specialmente il proletariato, non di sé anticapitalista e borghese; e quindi è tanto più veramente sociale".

Verso destra Murri combatte "il nazionalismo inquieto e geloso" esasperato dalla guerra.

Dall’altra grande corrente del partito liberale, il giolittismo, i radicali de Il Secolo sono sempre separati dalla valutazione dell’interventismo e della guerra. La difesa della vittoria resta un fattore di rigida discriminazione. Sia contro la "negoziazione socialista della pace" sia contro il neutralismo.

Nel dibattito Murri-Nenni-Turati si spiega la linea politica del quotidiano milanese, ch’era stato nell’anteguerra l’alfiere dell’interventismo democratico. La distinzione fra massimalismo teorico e riformismo pratico porta all’antitesi secca: contro i parolai della deriva bolscevica servono graduali riforme sociali, magari anche audaci. Un progetto di democrazia sociale che si distingue sia dalle forze conservatrici che da quelle "del disordine e del caos". Il sacerdote ha in mente l’amico Don Sturzo che a Caltagirone, dov’era sindaco, sperimenta una inedita apertura ai socialisti. Il metodo democratico deve essere fatto proprio dal socialismo, mutando all’occorrenza le caratteristiche di fondo del partito. Dice Murri: "Esso non può aspirare al potere, non può divenire diritto e stato se non facendosi radicalismo". Ma Nenni chiude le porte alla sinistra cattolica del leader Guido Miglioli perché la "specie di socialismo cristiano"…"assume gli aspetti demagogici del bolscevismo". Il dibattito con Turati non è una novità: il prete marchigiano e il socialista milanese erano stati protagonisti di un confronto a distanza. Murri dalle pagine di Cultura sociale (ma era ospitato talvolta anche dal secondo quotidiano nazionale, il Giornale d’Italia), Turati da quelle di Critica sociale

Murri si avvicinerà al fascismo, come il giornale democratico-radicale che parlerà di "evidenti possibilità democratiche del fascismo". Quando emergerà la vera natura del fascismo sarà troppo tardi e al prete marchigiano resterà una posizione isolata contro il regime, fino al giudizio pesante sul Concordato del ’29.

Paolo Boldrini, La parabola di Murri, Corriere Adriatico, 5 novembre 2009