Lasciati soli a morire
Settembre 1943: Bruno Recchioni, mediano della Fermana, è un capitano della Divisione Acqui di stanza sull’isola greca di Cefalonia. Aveva guidato il suo centrocampo nella storica promozione in Prima divisione nel campionato 1933-34, appena dietro al Rimini.
Sull’isola jonica Bruno comanda la 3a Compagnia mitraglieri. Il tempo libero lo passa con amici e sottoposti: il parigrado Alfredo Bartolomei Cartocci, di Ancona come il tenente Carlo Boselli; i fanti del 18° Domenico Fedeli ventenne di Visso, il cingolano Renato Terenzi, il cagliese Armando Serafini, il caporale Antonio Capocasa di Grottammare, il giovanissimo classe 1924 Gianni Bottaccio di Esanatoglia. I marchigiani sono un centinaio solo tra i fanti del 17°.
Hanno passato un’estate tranquilla, tra bagni e qualche storia d’amore. Sono considerati come truppe da bagnasciuga, abbondano anche i raccomandati. Sull’isola controllano i posti migliori: da Argostoli verso sud tutto il litorale fino a Skala, e le baie più belle: Avithos, Trapezaki, Lourdas; ad est Sami e Aghia Efimia, a nord Fiskardo, e persino a ovest le baie intorno a Xi, splendida spiaggia rossa, a un tiro di schioppo dello stanco presidio dei tedeschi su Lixouri. Sono oltre 11.500, a fronte di alcune centinaia di tedeschi. Ma la tragedia incombe.
L’8 settembre italiano è da contro manuale politico e militare. L’armistizio genera lo sbando. I vertici danno l’unico esempio che gli viene naturale: la fuga. Indecorosa come l’abbandono dei poveri soldati di Cefalonia. Ingannati da un sogno di intervento alleato e in buona fede dalle notizie che arrivano dalla vicina Corfù, provano a resistere. A Corfù i fanti del 33º reggimento, circa 4.000 uomini comandati dal colonnello Luigi Lusignani, catturano il 13 settembre 500 militari della Wehrmacht. Li imbarcano verso l’Italia (agli atti ne risultano 441, di cui 7 ufficiali), scortati da pochi carabinieri, su pescherecci requisiti da Papas Spiru, focoso capo dei partigiani sull’isola. Alla fine questi prigionieri saranno l’assicurazione sulla vita per gli italiani rimasti a Corfù, che non subiranno la sorte dei fratelli di Cefalonia proprio per la presenza in Italia dei prigionieri tedeschi (furono quelli gli unici prigionieri di guerra in mano a Badoglio).
Lusignani assunse la responsabilità di considerare come fasullo l’ordine di resa dato dal generale Vecchiarelli e fece come gli parve giusto, salvando i suoi. D’altronde il comando badogliano si firmava “Marina Brindisi” come nel caso della missiva al generale Gandin, capo della Acqui. Lusignani ha quindi buon gioco, anche se pagherà con la vita la sua resistenza. I badogliani che scrivono dietro quella sigla sono i generali Ambrosio e Rossi. Il 13 settembre radiocomandano: “Comunicate at generale Gandin che deve resistere con le armi at intimazione tedesca di disarmo a Cefalonia et Corfu et altre isole”. Messaggio badogliano in tutto e per tutto, di un governo che avrebbe dichiarato guerra alla Germania solo un mese dopo, esponendo i militari italiani -nello Jonio in quei giorni- alla cruda rappresaglia tedesca. I nostri vennero considerati combattenti irregolari, non tutelati dalla convenzione di Ginevra.
La vera svolta di quel terribile settembre arriva il 15: i rinforzi tedeschi riequilibrano la partita. E gli stukas la squilibrano subito di nuovo, dall’altra parte. Sono aerei che sparano ad altezze mai viste a Cefalonia, anche a soli 3-4 metri dal suolo. Le forze di terra fanno il resto, sono battaglioni della Prima Gebirgs Division con artiglieria da montagna, più un battaglione del 724º Reggimento cacciatori.
Bruno e compagnia sperano di resistere con alcune mitragliere contraeree da 20 mm, e qui troviamo le  ultime tracce del capitano nell’atto di sbarrare la strada ai tedeschi sulle modeste alture tra Farsa e Kardakata, a picco sul mare. I nostri sottovalutano la potenza dei duecento stukas, hanno munizioni per un mese, viveri per tre. Sembrano risorse buone per aspettare quello che non arriverà mai: l’aiuto degli Alleati.
Gandin non riesce a tenere la truppa. Prima lavora per il disarmo unilaterale e abbandona le alture al centro dell’isola come segno di pacificazione verso i tedeschi. Poi subisce gli eventi e l’iniziativa interna dopo il discusso referendum tra i commilitoni. Lancia la tremenda sfida ai tedeschi, senza che lo svantaggio tattico sul campo possa essere recuperato.
Dal 16 al 21 settembre l’isola è attraversata da combattimenti aperti, coi tedeschi che guadagnano posizioni. Il 22 settembre il generale Gandin decide di convocare un nuovo consiglio di guerra. E quel consiglio decide per la resa ai tedeschi: è bandiera bianca su Cefalonia.
Ma Hitler ha già ordinato che i soldati italiani siano considerati come traditori e fucilati. Secondo il colonnello Barge, comandante tedesco sull’isola, Mussolini manda un telegramma al fuhrer in cui consiglia la fucilazione degli ufficiali della Acqui, considerati traditori. È una notizia non verificata e frutto delle dichiarazioni di Barge al procuratore di Dortmund nel 1964, ai tempi del primo processo per quei fatti.
I 129 ufficiali catturati vengono giustiziati alla Casetta rossa, una località appena dietro Argostoli, capoluogo dell’isola, il 24 settembre 1943. Sia Gandin che Recchioni sono con loro, per quanto altre fonti vedano il fermano fucilato il 22. I rastrellamenti e le fucilazioni vanno avanti fino al 28 settembre.
I tedeschi cercano poi di non lasciare tracce: la maggior parte dei corpi viene bruciata e poi gettata in mare. I superstiti finiscono caricati su navi dirette in Germania, Russia e Polonia, che diventano obiettivo dei bombardieri inglesi o incappano (come la Ardena e la Marguerita) su mine piazzate in precedenza dai nostri, o secondo altre fonti, a causa di bombe messe dai tedeschi all’interno delle navi.

Paolo Boldrini, Lasciati soli a morire, Corriere Adriatico, 22 settembre 2013