Il novecento nelle Marche

 

Massimo Papini, Novecento nelle Marche, studi sul movimento operaio e democratico, editore Affinità elettive, Ancona 2008, pp. 300, euro 18.

Le Marche ora assopite, ora veementi. Spesso lontane dalla grande politica, talvolta invece al centro degli avvenimenti, avanguardia di idee e progetti, laboratorio di equilibri in divenire.

Sono le Marche del novecento le protagoniste del nuovo saggio dello storico anconetano Massimo Papini, direttore dell’Istituto StoriaMarche e della rivista Storia e Problemi contemporanei. Nel tempo di revisioni e rivisitazioni sistematiche, l’attenzione è ora rivolta ai temi del movimento operaio e democratico.

Aperto da una bella prefazione di Massimo Raffaeli, il libro ripercorre il secolo breve dall’età giolittiana agli anni ottanta, dall’avvio di un processo democratico -lungo e faticoso- alla parentesi fascista. Dal secondo dopoguerra alla crescita del movimento operaio fino al mancato compiersi dell’esperienza della "solidarietà nazionale". Il filo rosso batte in testa nel periodo craxiano cui "l’alternativa democratica" prova una opposizione nel segno del rinnovamento della politica. Ma sarà tangentopoli la catarsi (non rigeneratrice, pare a noi) della politica italiana, mentre il "silenzio dei comunisti" caratterizza la fase politica a cavallo del nuovo secolo.

L’autore sottolinea le potenzialità inespresse del compromesso storico, l’incontro di una stagione importante della politica italiana, lungo la linea di convergenza sempre mancata tra due grandi forze politiche, i cattolici e la sinistra, qui riproposto da un angolo visuale tutto marchigiano, in rapporto dialettico con la speranza morotea della terza fase.

In anticipo sulla scena italiana le Marche varano la giunta del maceratese Adriano Ciaffi esponente della sinistra Dc, con l’appoggio esterno dei comunisti. La prova è del 1975: una esperienza di governo che dura poco, il tentativo si perde nelle Marche come in Italia.

Quella esperienza era tesa a superare una certa idea della sinistra marchigiana ch’era piuttosto viva in termini antagonisti ed era, come diceva Enzo Santarelli, caratterizzata da un movimento operaio più insurrezionalista che riformista. La sinistra marchigiana è persino ipnotizzata dal rientro di Malatesta da Londra nel gennaio 1920, mentre l’Italia stordita dal biennio rosso decide di piegare a destra. "Il sovversivismo, con le sue ansie millenaristiche, è componente imprescindibile del proprio codice genetico" scrive Papini e dunque appare evidente la svolta a livello di cultura politica rappresentata del partito comunista, almeno rispetto ai movimenti proletari tradizionali.

Nel libro c’è spazio per la "questione marchigiana" d’inizio secolo (disoccupazione, emigrazione, analfabetismo, malattie) con il dibattito di alcuni nomi di spicco (da Celli a Colajanni, da Zuccarini a Valenti) e con le strategie dei partiti intorno al sistema di potere giolittiano. E poi il fuoco debole del murrismo, che si concreta in "un movimento dallo scarso peso politico". Quindi il socialismo riformista di Alessandro Bocconi, le vicende delle più forti Camere del lavoro, quella di Jesi e Ancona; alcuni appunti storici sui repubblicani dell’anconetano, l’irrompere nella scena politica del sindacalismo rivoluzionario che toglie spazio a tutte le espressioni tradizionali del movimento operaio, fino all’avvento del fascismo e alla fine di quel sindacalismo democratico.

E ancora, dopo il fascismo, l’esperienza di governo regionale dei Cln con le diversità provinciali. Ad Ascoli e Fermo i democratico-cristiani Renato Tozzi Condivi e don Gaspare Morello. A Macerata liberali e cattolici sono in primo piano. A Pesaro l’egemonia comunista è netta, un po’ sofferta ad Ancona, ma più in generale, secondo Papini, non è stata ancora superata la tendenza ad offuscare il ruolo assunto dal Pci sia nella lotta al fascismo che nella costruzione dell’Italia repubblicana.

Paolo Boldrini, Il novecento nelle Marche, Corriere Adriatico, 10 gennaio 2009