Paradosso tropicale
 

"Ero coi vecchi amici di sempre al bar dove torno una-due volte l’anno. Dove i discorsi sono sempre gli stessi: cosa farà Berlusconi? Bossi è un traditore, Rosy Bindi e D’Alema gliela faranno sotto il naso. Basta. Voglio sentire un giovane. Arriva il figlio venticinquenne di un mio cugino. Gli domando cosa stia facendo in questo periodo e mi risponde: nulla. Cosa farai in futuro, cosa vorrai fare? Risposta: nulla. Possibilmente meno di adesso. E allora mi sono convinto, ancora una volta di più, che l’Italia è un paese finito. Il Brasile, guarda il Brasile amico. Guarda e ama l’America Latina". Così mi arringa padre Alfredo Nesi, missionario toscano in Brasile, a Guadalajara, venticinque minuti di trenino sbuffante a sudest di Fortaleza, stato di Cearà, nel Brasile più a nord.

Cura da quarant’anni una marea umana di piccoli disperati, orfani e offesi dalla vita e dal mondo. Mille e forse più. E forse neanche lui sa veramente quanti sono. Mi dice: "Qui c’è una gioventù potente, energica, con possibilità straordinarie di crescita, di voglia di vivere; c’è quello che non c’è più in Italia: il senso della vita come occasione da non sprecare". Parole pesanti di un vecchio fiorentino (è di Scandicci) anticomunista e anticapitalista. Parole che vengono dal profondo di questo strano Brasile. Sì, uno strano paese. Dove si ammazza per la macchina fotografica di un turista, dove il furto, la truffa, la rapina, sono realtà quotidiane. Dove un malavitoso napoletano dei quartieri spagnoli, farebbe fatica ad essere accettato anche solo come allievo. Dove esplodono tutte le contraddizioni di una società tecnologica che affonda le sue radici nel terzo mondo.

Qui la povertà non ha alcunché di letterario. E’ realtà quotidiana nelle favelas a ridosso degli alberghi sul lungomare. Sia esso quello di Belem, di Fortaleza o di Recife (e sorvoliamo su Rio). Dietro l’Avenida de Beira Mar a Fortaleza, quarta città del Brasile con due milioni e mezzo di abitanti, appena dietro i grandi alberghi cinque stelle lux delle catene americane, c’è un sottomondo ignorato di desperados. Un impensabile miscuglio di ladrones e pescatori, nullafacenti e nuovi poveri, resi tali dalla riforma economica più recente del governo brasileiro. E’ datata luglio 1994 la riforma. All’ombra delle imprese pedatorie di Romario, Bebeto e compagnia calciante al Mundial vinto ai rigori con l’Italia, ecco sparire il cruzeiro. Ma con questo non sparisce un’economia squilibrata che accentua ogni giorno di più la sua dipendenza dalla inesorabile politica aziendale delle multinazionali. Non c’è bisogna di ricorrere alle teorie di Jauguaribe, di Cardoso o di Gunder Frank per capire che questi faticano a guadagnarsi un posto al sole nella comunità economica internazionale. Cambiare la moneta non basta. Eppure può bastare una giornata come quelle di adesso ad allontanare i fantasmi di un mercato che sfugge: una giornata di questo sole con i 28/30 gradi del Natale e una brezza leggera e niente umidità. La notte, dicono le "garote" a Praia do Futuro, è "muito" freddo: 25-26 gradi. Sole e mare fantastico per i surfer sulle migliaia di chilometri da Belem a Natal. Partite di football interminabili su tutte le praias, le magnifiche spiagge dell’oceano. Mi dice Alfonso Luis di San Paolo ma con precedenti all’Università di Pisa, che per un turista in Brasile, entrare in campo in una partita già cominciata è facile come rimorchiare una garota: basta presentarsi. E’ un po’ ottimista il ragazzo. E sa bene che il fascino sta soprattutto nei biglietti verdi che i turistas cambiano senza sosta al Banco do Brasil; fanno incetta di Reais (0,83 per un dollaro, circa 1.950 lire ma con una svalutazione del 3% mensile) e rimorchiano sulle dune buggy le spendide garotas ciondolanti tra la praia d’Iracema e praia Formosa. Le garotas, le ragazze delle spiagge brasiliane, sono disponibili e qualcuno prova a far finta di non capire la loro diversità dalle europee. Lo spiega Ana Lima che lavora al Mc Donad dello shopping cener Iguatemi. Guadagna 80 reais al mese, circa 135 mila lire e si ritiene fortunata. Il costo della vita è simile all’Italia. I generi di prima necessità (eccetto la frutta tropicale e l’arroz, l’ottimo riso locale, che sono a buon mercato) costano più o meno come da noi. Resta il problema dei salari, almeno dieci volte più bassi. Per un piatto di spaghetti, una birra e un gelato al ristorante più in voga (il Pulcinella) si spendono trenta reais, quasi sessanta mila lire, chiaro come il sole accecante dell’equatore che gli italiani, i tedeschi, i canadesi diventano subito aitanti e ricercati. E allora via sulle dune a Cumbuco, a Icaraì, a Jericocoara ad aspettare i jangadeiros, i pescatori delle jangada, tipiche imbarcazioni a vela del luogo che tornano con le langoste (aragoste) e i vermeglio, sorta di triglie giganti, ancora più rosate e sempre di taglia intorno ai 2/3 chili. Qui molte garotas hanno un inamorado italiano. Ci mostrano le foto e scopriamo pure qualche faccia nota della Vallesina.

I tour operator tentano di piazzare escursioni in dollari. Propinano un tour della città vecchia che non esiste. Di rilevante interesse storico non c’è nulla. La cattedrale è stata inaugurata nel 1978, il teatro Josè de Alencar è trascurabile e le guide insistono nel fare vedere il Farol du Mucuripe, insignificante faro che delimita a sud il porto della città. C’è poco del passato portoghese e pochissimo di quello olandese.

Ma la natura, il folclore, l’artigianato lasciano il segno nel viaggiatore accorto. E poi la musica: al ritmo di samba e della bossa nova c’è spazio per tutti, da Toquinho a Vinicius de Moraes, da Renato al reaparecido Roberto Carlos che ebbe una qualche notorietà anche in Italia all’inizio degli anni ‘80. Le radio locali suonano salsa, reggae, rock e ritmi caraibici. I dee jays scimmiottano i loro colleghi delle rockradio americane. C’è musica dal vivo nelle notti che iniziano alle sei di pomeriggio. Musica dal vivo nei locali più "in" della costa, tutti rigorosamente all’aperto: il Pirata, l’Oasis, il Cico do Caranguejo. Megafeste da tre-quettromila persone in riva al mare o, in pochi, nei discobar più raccolti, tipo Dekbar o Africa sulla spiaggia di Beira Mar, vicino al mercatino. Davanti c’è una vera corte dei miracoli. In mezzo a statuette di legno, ninnoli, ceramiche, intarsi pregevoli e cianfrusaglie, sfila un campionario di reietti misti a bambini festanti. Vendono a 50 centavos pifferi per imitare il verso dei gatti in amore, ma sono in grado di procurare di tutto. Sono figli di nessuno, analfabeti, dormono sulla spiaggia. Unici avversari i topi di fogna che nessuna derattizzazione vera o presunta riesce a cacciare. Eduardo Azevedo, opinionista del Folha de San Paolo, qui in vacanza, mi offre il caranguejo bollito sulla spiaggia. E’ il pasto tipico della domenica al mare nel Cearà o nel Rio Grande do Norte. Munito di bastoncino apposito per aprirlo, mangia con pazienza questo grosso granchio e mi consegna la sua sentenza: "Un po’ dello spettacolo che vedi è roba vostra. Di voi europei. Prima o poi dovrete pagare".

Paolo Boldrini, Paradosso tropicale, Corriere Adriatico, 12 gennaio 1995