Ricordiamo i martiri

La Resistenza marchigiana ha la faccia pulita di Achille Barilatti, maceratese classe 1921. Studente di ingegneria, tenente di complemento, dopo l’8 settembre 1943 fa la scelta che gli costerà la vita. Raggiunge e comanda i partigiani tra Montalto e Vestignano, le alture che conosce, a ridosso dei Sibillini. Il suo distaccamento è sconvolto da un attacco nazifascista il 22 marzo 1944. E’ costretto ad assistere alla fucilazione di ventisei partigiani amici, molti dei quali giovani di Tolentino. Viene umiliato e percosso dai fascisti guidati dal tenente Grassano, uno che fa la scelta opposta alla sua, di restare dalla parte dei tedeschi. Cercano di farlo parlare, fascisti e tedeschi, ma Barilatti fa scena muta. Tiene la schiena diritta anche nel momento finale. Nella sede del comando repubblichino di Muccia è vittima di un processo sommario. Al sacerdote che lo confessa prima dell’esecuzione consegna due lettere, una per la madre, l’altra per la fidanzata greca. La scarica di mitraglia gli strozza in gola il grido “Viva l’Italia libera”. L’abbia pronunciata o meno quella frase, l’eroe si vede nei fatti e quello di Montalto è forse il sacrificio simbolo di un grande contributo di sangue che è di tutta la regione.

Ogni marchigiano dovrebbe almeno una volta nella vita visitare il crudo cerchio delle tombe di Barilatti e compagni nel cimitero di Tolentino. Serve a capire la tragedia collettiva che segna il punto più basso della storia italiana.

Quella orribile strage che le Marche hanno pagato ai nemici della democrazia non è la sola, purtroppo. Arcevia, Colle San Marco, Fragheto, il San Vicino e la sua area dei molti episodi (Matelica, Cerreto D’Esi, San Severino, Poggio San Vicino, Cingoli, Staffolo, Apiro), Fabriano, Camerino e Serrapetrona, Massignano, Acquasanta Terme, Urbino, Cagli, Loreto, Montemonaco. Una lista di lutti da nord a sud. Le valli marchigiane hanno vissuto il ciclone della guerra civile, la barbarie di una ritirata infida, resa più cruenta dallo spontaneismo delle azioni partigiane, dal modesto coordinamento coi comandi alleati, alcuni dei quali, come quelli inglesi, spesso diffidenti con gli uomini della Resistenza.

La ritirata tedesca di una guerra già persa è terribile. Gli episodi di violenza gratuita testimoniano l’odio per l’ex alleato. Il cambio di campo è anche pagato da civili inermi, come nell’alta valle del Chienti. I tedeschi saccheggiano Castel San Venanzo e poi Valcimarra, una frazione di Camerino. Incalzati dai bombardieri inglesi, dai lancieri dei Carpazi e dai partigiani abruzzesi della banda Majella, i tedeschi sparano a tutto ciò che si muove. Il 26 giugno 1944 accerchiano Serrapetrona, la devastano dopo aver rastrellato i pochi abitanti rimasti. Cercano alla disperata i comandanti delle bande Buscalferri e Lino, entrambe assistiti non solo spiritualmente dall’arciprete Francalancia e da Don Ermanno Francesconi, due tonache avverse ai fascisti.

Quella dei preti nella Resistenza marchigiana è un’altra storia da approfondire. Quasi ovunque il clero antifascista si batte sul campo come nel caso di Don Pocognoni sul San Vicino, o il meno noto don Rilli della brigata Fazzini di Camerino. Il primo è ammazzato senza pietà dai tedeschi. Si salva anche Don Marino Ceccarelli parroco di Morena, in territorio appena umbro, ma attivo sulla serra di Burano, crocevia dell’antifascismo sulla via dell’alto pesarese, tra Gubbio, Cantiano e Cagli.

Nelle Marche è forte il contributo degli slavi alla lotta di liberazione. Sono in particolare il prodotto del campo di concentramento di Colfiorito, mentre nell’alto pesarese arrivano quelli usciti dal campo di Renicci di Anghiari, provincia di Arezzo, la Toscana che tocca le Marche. Da Colfiorito scappano settecento montenegrini che i tedeschi non vorrebbero incontrare mai, molti dei quali con capacità militari. Hanno il dente avvelenato coi fascisti e i nazisti. Si aggregano ai partigiani del Gruppo 207 di Sefro, alla brigata Spartaco e alla Garibaldi. Saranno presenze importanti nella lotta finale.

 

Paolo Boldrini, 25 aprile, ricordiamo i martiri, Corriere Adriatico, 25 aprile 2013