Toghe e tritolo, muore lo Stato

 

Un boato enorme, un botto devastante. Una tonnellata di tritolo apre la terra. Scaglia in aria uomini, asfalto, macchine, alberi. La strage più infame sembra un bombardamento. Così muoiono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, magistrato pure lei, e i tre poliziotti della scorta. Decine di feriti. L’autostrada Palermo-Trapani è una torcida. Il sito è quello di Capaci, un paesone sul mare che precede l’aeroporto di Punta Raisi. E’ il 23 maggio 1992. Un attentato alla libanese, una dimostrazione di potenza e di vigliaccheria assolute cancella anni di indagini. Nessuno ha visto, nessuno dice. Una vendetta di mafia, contro i dieci anni delle lucide azioni di contrasto alla cupola mafiosa. Ma forse non è solo mafia. Falcone muore in un periodo molto delicato della storia italiana. La credibilità del Paese ne esce a pezzi. Le immagini dell’attentato fanno il giro del mondo e mettono in luce, ancora una volta, le condizioni miserevoli in cui versa l’ordine pubblico in Italia. Intere zone del Paese sono sottratte all’autorità dello stato.

Falcone aveva detto: “Non sono un kamikaze, né Robin Hood, né un frate trappista. Rimango sempre un servitore dello Stato in terra infidelium”. Ed era di Palermo.

Due mesi prima, l’ex leader della Dc siciliana Salvo Lima era stato ucciso sempre a Palermo, in piena campagna elettorale. La crescita rampante dell’antistato appare in tutta la sua violenza.

Due mesi più tardi, il 19 luglio, esplode un’autobomba davanti la casa della madre di Paolo Borsellino. “Folle massacro di mafia”, titola il Corriere Adriatico. Muoiono il giudice e cinque agenti della scorta. “Borsellino ucciso come Falcone”, “manifestazioni spontanee”, “Ancona mobilitata”. Attentati che ricordano quelli di dieci anni prima. Il più grave per la lotta alla cupola e la caratura del personaggio avviene il 29 luglio 1983: muoiono il giudice Rocco Chinnici, capo dell’ufficio istruzione del tribunale di Palermo, due Carabinieri della scorta e il portiere dello stabile dove abitava il magistrato. L’autobomba è una Fiat 126. Dieci feriti, “negozi sventrati, macchine distrutte”. La strage segue di un anno l’agguato al prefetto di Palermo generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Il tritolo di Capaci fa scrivere al magistrato Gian Carlo Caselli che si tratta di “un episodio oscuro come quello di Aldo Moro”. Il dibattito si accende. Sono anche i giorni in cui tornano le solite analisi sulla mafia siciliana vista come prodotto fatale di una storia e di un territorio. Analisi superficiali che esulano dalle categorie della storia sociale e dell’economia. Una sociologia d’accatto ascrivibile al filone dei torbidi storiografici: dal brigantaggio ai delitti fascisti, dal terrore rosso del secondo dopoguerra ai servizi segreti degli anni ’70. La complessità ridotta al mistero complottista dell’insondabile. Una lettura psicotica degli eventi, ch’è tutta italiana.

 

Paolo Boldrini, Toghe e tritolo, muore lo Stato, Corriere Adriatico, 11 novembre 2010

Serie dei commenti alle pagine della storia del giornale, in occasione del 150 anniversario della sua fondazione. Prime pagine sulle stragi di mafia: 30 luglio 1983 (Chinnici), 24 maggio 1992 (Falcone) e 20 luglio 1992 (Borsellino).