Un golpista arceviese
 

Serafino Mazzolini golpista in Uruguay. Non è una boutade e neanche un colpo di calura tardiva. Andò proprio così. L’arceviese-maceratese Serafino Mazzolini, classe 1890, avvocato nazionalista convertitosi al fascismo fino a diventare uno dei leader delle camicie nere marchigiane, covava fin dai tempi di Fiume il progetto di darsi alla carriera diplomatica.

Favorito dal precipitare degli eventi e dalla chiusura di ogni prospettiva di carriera politica e giornalistica (era stato solo per un anno direttore del nostro giornale che allora si chiamava L’Ordine-Corriere delle Marche) alla fine del 1928 prese la via del Sudamerica, iniziando dal Brasile, arrivando alfine in Uruguay, donde sarebbe poi ripartito per l’Egitto e poi ancora verso i Balcani per una ascesa irresistibile che doveva chiudersi con la nomina ad Alto Commissario per il Montenegro durante il secondo conflitto mondiale, fino al grande rientro alla politica attiva in quel di Salò, richiamato da Mussolini a dare l’ultimo contributo. Personaggio emblematico di un’epoca e di un percorso politico e giornalistico, Serafino Mazzolini fu un uomo di potere come pochi marchigiani del suo tempo. Direttore del foglio nazionalista maceratese "La Prora", Mazzolini è l’uomo-ovunque del dopoguerra marchigiano. Monarchico e massone, prima nazionalista poi confusamente liberale e infine fascista, vive delle ansie e delle incertezze di un’ora storica irripetibile. Capisce a Fiume il ruolo delle elite scese dalle trincee ed è già in grado di prevedere, uomo di fiuto qual è, il futuro illiberale che si prepara ad un Paese sfiancato dalla guerra. Il quadro dovette sembrargli chiaro: l’Italia era spaccata e la politica di Giolitti era già stata sconfitta nel ’14 dall’incapacità di evitare il coinvolgimento nel conflitto mondiale. La destra liberale rispondeva all’avanzata socialista favorendo il nascente fascismo. Il nuovo tempo era quello dei pratici e il percorso politico di Mazzolini mantiene persino una qualche integrità nel suo mutare, giacchè le posizioni della destra nel primo dopoguerra furono assai fluide. Quando si solidifica la leadership fascista dei vari Riccardi, Gai, Galeazzi e persino del picchiatore Giampiero De Strani, come lui avvocato e arceviese di nascita ma di modi assai più spicci, il fascista romantico Mazzolini va a fare il console italiano in Brasile.

Ma veniamo ai fatti di Montevideo. Il presidente della Repubblica Gabriele Terra -siamo nel 1932- non ha alcuna intenzione di dimettersi alla scadenza del suo mandato elettorale. E’ il leader della corrente di destra di un partito di sinistra (il "Partido Colorado") dal quale si stacca formando un gruppo che va infatti sotto il nome di "terrismo". Ha dalla sua sin dall’inizio il "Partido Blanco" che nonostante il nome è più che altro nero. Ma i veri promotori della prova di forza di Gabriele Terra sono i gruppi economici inglesi e italiani che hanno proprio in Serafino Mazzolini l’ariete di un progetto neocolonialista. L’avvocato maceratese guida dietro le quinte il presidente Terra, in questo coadiuvato da un influente giornalista di origine italiana, Antonio Ghigliani. E’ Mazzolini a suggerire i nomi degli oppositori da arrestare. Quelli beninteso meno esposti e più pericolosi (e magari italiani). E’ lui che si occupa di censurare -e se del caso chiudere- i giornali di opposizione o comunque liberi. Il suo ruolo diventa persino visibile, con ogni probabilità per avere un riscontro di carattere giornalistico, considerato il suo passato e la necessità che ha di far rimbalzare notizie adeguate anche in Italia.

Mentre in Europa saliva la stella tragica di Hitler e in Sudamerica Argentina e Brasile erano scivolati su regimi dittatoriali, così pure in Uruguay non tarda la svolta: l’ambasciatore Mazzolini, dopo aver fascistizzato la pingue comunità italiana, darà la spinta finale alla creazione dell’apparato dittatoriale uruguaiano, forte dell’appoggio dei capitali inglesi e delle esigenze diplomatiche della destra italiana, di chi cioè favoriva il golpe e prometteva notevoli vantaggi. La dittatura s’instaurò con la forza dell’esercito il 31 marzo 1933. Per la regia di un avvocato maceratese nato sulle colline di Arcevia, ambasciatore nel mondo di un’idea che perirà con lui pochi anni dopo, nell’ultimo, indimenticato fuoco del ventesimo secolo.

Paolo Boldrini, Un golpista arceviese, Corriere Adriatico 14 ottobre 1997.