Un mare che divide
 

Ricordare è un obbligo, un dovere morale. Come il riandare alle cavità carsiche che inghiottirono gli italiani della vicenda istriana e dalmata in una notte della storia, una delle tante.

La tragedia sposta un popolo dall’altra parte dell’Adriatico. Un mare che divide.

Un delirio che lega Fiume e le ansie di una stagione lontana, la Dalmazia e la questione adriatica, la Serenissima nel Quarnaro e la romanità di Spalato, un intreccio perverso di storia e memoria, di torti e ragioni. Immagini che si accumulano e si perdono nel vaso sfondato del secolo breve.

Le foibe, la follia di una lotta ignobile, di uno sradicamento con modalità primordiali, un’epurazione violenta e disumana, continuano a pesare. Fu autentica pulizia etnica, una vergognosa cacciata collettiva.

All’inizio pareva una reazione contro il regime ustascia, la classica storia scritta a sangue dai vincitori. I comunisti italiani provarono prima a giustificarla come rappresaglia politica, con Togliatti che parlava di una "giustizia sommaria fatta dagli stessi italiani contro i fascisti". Un puro diversivo, come la fredda analisi del presidente americano Wilson sul carattere non italiano di Istria e Dalmazia, una piccola verità negli anni venti e una grande menzogna vent’anni più tardi. Così grande che nel ‘46-‘47 gli slavi di Tito presero ad allontanare o eliminare, in maniera sistematica, tutti gli italiani dall’Istria, dal Quarnaro e dal litorale dalmata, per garantire l’anima slava, per certificarla in una eventuale forma di referendum, un qualche plebiscito che non si farà mai.

Se ad ogni azione corrisponde una reazione, riemerge l’italico appoggio agli ustascia croati, l’addestramento pesarese del loro leader Ante Pavelic duce dei Balcani, e poi il lager di Kampor, i rastrellamenti nel Gorski Kotar (fatti proprio da marchigiani, i militari del battaglione Macerata, di stanza a Fano), l’azione delle bande anticomuniste in Dalmazia, la violenta escalation del fascismo giuliano negli anni venti. Diceva Mussolini:"di fronte a una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone". Sono gli stessi argomenti -solo un po’ più grevi- del poeta soldato, il vate Gabriele D’Annunzio, l’abruzzese riacceso in Istria assieme all’ambasciatore Mazzolini, nazionalista maceratese ch’era stato uno dei leader del fascismo marchigiano. Coi legionari fiumani prepararono la stagione del fascismo italiano fino a quando lo spazientito generale Caviglia, in nome e per conto del presidente Giolitti, li prese a fucilate.

La questione adriatica, l’italianità dell’altra sponda, la quarta parete d’Italia, come la chiamava il direttore del Corriere Adriatico Vittorio Vettori, furono importanti nella creazione del mito della vittoria mutilata, punto nodale della crisi dello stato liberale e nell’avvento del fascismo.

Anche questo pagarono gli esuli italiani di Istria e Dalmazia. E subirono uno spaesamento politico nella patria ritrovata. Ripresa per forza. Facendo a ritroso l’Adriatico mare comune, nient’altro che un lago fastidioso per i potenti della conferenza di Parigi. E poi, trent’anni più tardi, la pietra tombale del trattato di Osimo.

L’immagine giusta la dà un altro poeta, il sottovalutato futurista Filippo Tommaso Marinetti: "Secco tormento di allibiti abbandoni/ astrali nidi di illusione/ o notte". Perché fu vera notte, profonda e scura come la memoria.

Paolo Boldrini, Un mare che divide, 8 febbraio 2008, Corriere Adriatico.