Ancona eversiva, Marche golpiste.

Sembra surreale ma è la verità di anni cruenti, frutto delle torbide trame del primo dopoguerra. Giusto novant’anni fa, nell’estate 1919, ad agitare le acque in alto Adriatico c’era Gabriele D’Annunzio. Sull’onda delle rivendicazioni adriatiche (i territori dovuti all’Italia quale paese vincitore della grande guerra, in base al patto di Londra) sommate al blitz fiumano, le elite politiche anconetane davano spago al Vate abruzzese.

Il poeta-soldato ha veri amici nella dorica: il sindaco Alfredo Felici, più tardi suo procuratore generale, il radicale di Senigallia Rodolfo Gabani, firma del bolognese Resto del Carlino, e soprattutto il nazionalista maceratese Serafino Mazzolini, caporedattore del Corriere Adriatico, che allora si chiamava L’Ordine-Corriere della Marche e degli Abruzzi. Il trio ha molto in comune: interventisti nel 1914, sono liberali di destra con simpatie nazionaliste. E sono al tempo stesso avvocati e giornalisti. Consigliano a D’Annunzio lo sbarco militare in Ancona. Il Vate sembra crederci: dallo sgarro ai premier Orlando e Nitti vuole passare al pronunciamento militare con tanto di sollevazione popolare. Mussolini è ancora debole, il neonato partito fascista non ha (ancora) la forza che serve e guarda da lontano il progetto.

Con almeno tre anni di anticipo la marcia su Roma doveva dunque partire da Ancona, quale testa di ponte per lo sbarco dei legionari di D’Annunzio da Fiume.

Il poeta stima il caporedattore de L’Ordine. Col suo gruppo di nazionalisti, Mazzolini aveva catturato un Mas nel porto di Ancona ed era arrivato a Fiume insieme a tredici militari del battaglione bersaglieri di stanza a Villarey. Con loro c’era Sivieri, direttore de "Il Lucifero" e l’onnipresente sindaco Felici che secondo il poeta "aveva fatto della sua Ancona il porto ideale di Fiume in armi".

Il clan dipinge una Ancona azzardata, pronta al colpo di mano. D’Annunzio però chiede di incontrare un altro amico anconetano, il giornalista de "L’Era Nuova" di Trieste Oddo Marinelli. Repubblicano, influente massone, Marinelli ha simpatia per D’Annunzio, seppure giudichi coreografica l’impresa di Fiume. In Istria Marinelli vede il poeta e gli parla francamente delle tendenze bolsceviche della dorica. Il Vate ne è turbato. E alla fine apprezza e cambia strategia, ma non l’obiettivo finale: vuole comunque marciare e ribadisce tutto il suo slancio per la città e la regione:

"Italiani della Marca, tutte le città di questa sponda, prima fra tutte la nostra Fiume dilettissima, considerano Ancona come sorella primogenita".

Ecco la doppiezza di D’Annunzio: il colpo di stato doveva essere di destra, ma svanita quella prospettiva anche un golpe da sinistra poteva andare. Guidano le manovre il suo capo di gabinetto, l’interventista Alceste De Ambris, leader della Uil, sindacalista rivoluzionario, l’anarchico Errico Malatesta e il capo della Federazione dei Lavoratori del Mare capitano Giulietti (che aveva aiutato Malatesta -unico leader del progetto, secondo l’anarchico fabrianese Luigi Fabbri- a rientrare clandestinamente dall’Inghilterra). Il gruppo cerca di coinvolgere i socialisti e la Cgil. Vengono fatte riunioni segrete a Roma. Ma i socialisti non ne vogliono sapere, L’Avanti prende le distanze da ogni avventura extraparlamentare e Giulietti capisce che non è aria: dai tre bastimenti pieni di armi, pronti appena fuori il porto di Ancona, fingerà di scaricare carbone. E la città non passerà alla storia per il colpo di stato, che non era proprio nelle sue corde.

 Paolo Boldrini

 Corriere Adriatico, 10 luglio 2009