Fermata Marche

 

Le donne del duce, quelle vere e le molte presunte, hanno stimolato la fantasia di generazioni di italiani. Non poteva andare diversamente, nel paese del gossip che muta destini e crea carriere. Il fascista romagnolo è secondo solo a Fidel Castro in una ideale classifica di tombeur des femmes del novecento. All’Avana il lider maximo è chiamato el caballo, mentre all’ex socialista di Predappio furono attribuite relazioni amorose in tutto lo stivale. Si tratta di evidente sopravalutazione, ma la vulgata popolare così lo ha consegnato alla storia patria. Le Marche non sono estranee alle dicerie sui gusti femminili di Benito anche perché la regione è stata teatro di alcune sue performances giovanili e luogo di ampie frequentazioni nei trasferimenti tra Roma e la Romagna. Il mito vive ancora nell’entroterra pesarese dove il suo profilo dominava il Furlo, scolpito nella roccia che i partigiani fecero saltare nell’agosto del 1944.

L’amico Candiracci, albergatore di Acqualagna, gli preparava incontri e vettovaglie. Talvolta il duce tornava a casa da Roma col treno (fu sua l’idea di completare la ferrovia Fabriano-Pergola-Urbino-Santarcangelo di Romagna, alternativa alla direttrice adriatica, rimasta poi nel libro dei sogni) e faceva tappa alla fermata di Fossato di Vico-Gubbio, snodo caro non solo ai pesaresi di montagna per raggiungere la capitale, ma di più al duce che faceva visita alla giovane eugubina (e concubina) Cesira Carocci, quella che sarà poi l’unica donna ad entrare in casa Mussolini come governante. Ci resterà per oltre dieci anni, prima di essere cacciata da donna Rachele, che scopre la tresca.

Secondo testimonianze più o meno acclarate, in quel di Fabriano il treno Roma-Ancona rallentava la corsa, si fermava due chilometri prima della stazione, in piena campagna, solo per far scendere Mussolini che veniva condotto nella soprastante Villa Gioia, sul panoramico rilievo di Civita. Lo aspettava Cesco Pallottelli, agiato fabrianese, fascista dell’ultima ora, stravagante personaggio che sarebbe diventato commissario prefettizio nel periodo 1943-44, amico, sodale e segretario di un altro personaggio border-line, l’eccentrico musicista Vladimiro De Pachmann. Russo di nascita, di chiara fama negli Stati Uniti, era soprattutto noto agli inglesi come pianista di talento. Secondo Pallottelli “essi hanno capito che quest'artista non è un uomo in tutto normale, ma un divino fanciullo estasiato della musica. Durante il concerto, De Pachmann s'abbandona completamente al suo piano, l'essere umano sparisce, e uno spirito angelico sembra venga da lontani e fantastici regni a sfiorare i tasti d'avorio dello strumento”. L’artista aveva anche sposato la bellissima collega Margherita O'Key, pregiata pianista, autrice dell’opera “Jato”, un successo a Parigi e Montecarlo. Anche Pallottelli aveva sposato una signora inglese elegante e di belle forme. Vladimiro e Cesco, artista e impresario, erano inseparabili. Su due personaggi di tal fatta la Fabriano del tempo ricamava storie di corna e di particolari inclinazioni sessuali.

Pallottelli racconta che De Pachmann aveva in quegli anni la sua casa a Parigi, dove passava molto tempo ad esercitare l’innato estro musicale. Divorziato intorno al 1920, ebbe tre figli: il primo nacque a San Pietroburgo, gli altri due a Londra, seppure siano poi vissuti a Parigi. Pare che nella ville lumiere abbia incontrato il filosofo francese Renan, e che questi, dopo averlo sentito suonare, l’abbia pubblicamente elogiato.

Sugli incontri di Villa Gioia speculava la fantasia popolare. Difficile dire quale ruolo giocasse il duce di Predappio in quegli incontri tra dame inglesi, musicisti gagà, ruspanti marchigiane di confine e come il possidente Cesco (sedicente pilota del duce) abbia messo in scacco i litigiosi fascisti fabrianesi guidati da uno dei leader delle camicie nere marchigiane, l’avvocato Ottorino Giannantoni, console della Milizia e capociurma degli inquieti della Marca, cui Mussolini aveva spedito, vent’anni prima, nell’aprile del 1923, sua eccellenza Starace a calmarne i bollori.

Storia pepata che poco avvicina la rete marchigiana di relazioni politiche del capo fascista, gli amici Franco Ciarlantini (giornalista, editore e deputato, originario di San Ginesio), Nicola Bonservizi di Urbisaglia (corrispondente de Il Popolo d’Italia da Parigi, direttore de L’Italie Nouvelle, segretario del fascio parigino e martire del primo fascismo allorchè cadde sotto i colpi dell’anarchico Ernesto Bonomini), il pesarese di madre russa Raffaello Riccardi, piccolo ras deciso e violento, ministro degli Scambi e valute (bollato da Indro Montanelli come “più adatto agli scambi di legnate”). Le Marche praticate da Mussolini negli anni giovanili erano piuttosto quelle del sindacalismo rivoluzionario e della settimana rossa, del congresso socialista di Ancona, del concorso da maestro a Tolentino.

Resta l’enigma di Fabriano, di quegli incontri in villa tra musica, sesso e vanità, mentre un’altra guerra s’avviava a portare la tragedia più grande.

 

Paolo Boldrini, Fermata Marche,

 

(Corriere Adriatico, 2 novembre 2008)