La marcia su Fiume

Ad est, ad est adesso si va/ ad est, ad est/ dove nasce il sole. Cantavano così i Nomadi all’alba dei primi anni ’90, con l’indimenticata voce di Augusto Daolio. La voglia d’oriente, la mania espansiva, l’ideologia salvifica del sole nascente, si fondono e si scontrano nella tradizione del patriottismo all’italiana, con una declinazione tutta marchigiana di desideri fumosi e di ansie lontane. Il secolo breve ha visto la nostra regione all’avanguardia nell’approccio ad est. Prima con le armi, le guerre, l’avanzata violenta, poi nella seconda metà del secolo con un’espansione soave, di tipo mercantile. Un’aggressività mutata in sfide economiche e modelli di sviluppo.

Giusto ottant’anni fa, proprio in questi giorni, l’esercito italiano arrivava a Fiume. Sull’onda lunga della vittoria nella grande guerra, complice il patto di Londra che lo consentiva, fu occupata la costa istriana, preludio di un allargamento sistematico sia nell’entroterra che lungo la costa dalmata. Poteva dirsi compiuto il disegno nazionalista di sfondamento nella quarta parete d’Italia, per considerare finalmente l’Adriatico un mare interno. Secondo la pomposa propaganda del tempo, lo imponevano ragioni economiche, politiche, strategiche. Una necessità impellente insomma, uno sfogo territoriale dovuto agli eroi ritornati dalla guerra. Furono marchigiane le avanguardie di quel disegno muscolare e quando Fiume (oggi Rijeka, marineria croata) divenne il simbolo malato del riscatto combattentista, il destro maceratese Serafino Mazzolini prese la testa di un manipolo di facinorosi e corse sul Quarnaro. Sarà con D’Annunzio, pochi mesi più tardi, che tenterà di sfruttare i disordini di Ancona -seguiti ai fatti della caserma Villarey, nel giugno 1920- per tentare un colpo di mano sul governo di Roma. Un vero golpe militare da Fiume, una prova generale della marcia su Roma sulla direttrice Fiume-Ancona-Roma, con tanto di sbarco e sceneggiata. Mussolini infuoca la piazza sulla leadership legionaria istriana ("là è il nostro governo, al quale d’ora innanzi obbediremo") per delegittimare il fragile governo Giolitti. Poi Benito frena (vuole essere lui e non D’Annunzio a marciare su Roma) e Giolitti pressato dagli alleati trova la forza di risolvere la questione: nel dicembre 1920 pone fine all’avventura e ordina il "fuoco amico" sui fiumani. Bombardati dal mare, Mazzolini e soci sloggiano dall’Istria. Ma i fascisti non molleranno la presa adriatica, da Zara dove spadroneggia il sassoferratese Giuseppe Avenanti, fino alla guerra montenegrina (1941-42) passando per il feroce rastrellamento di poveri cristi nei boschi sloveni del Gorski Kotar, ad opera del battaglione "Macerata".

Dopo la seconda guerra mondiale cambia la musica. Guardiamo l’est come un mercato da conquistare. La vivacità imprenditoriale sostituisce l’animosità guerriera. La crescita del dopoguerra è potente e il convegno sulla via Adriatica allo sviluppo economico (Ascoli, 18 novembre 1978), rappresenta un punto di svolta. Per la regione il confine del Tronto è una mera segnalazione geografica. Vogliamo esportare un modello, la flessibilità nelle strutture imprenditoriali e del lavoro che si traduce in pronta capacità di riconversione, in persistenza dell’autofinanziamento, in mobilità ed elasticità del tempo-lavoro e in scarsa conflittualità. Il modello Marche prova negli anni ’90 ad assecondare la transregionalità come ipotesi di sviluppo, passando in Adriatico dalla frontiera-linea allo spazio comune. La Fondazione Merloni lavora all’idea di una via transadriatica, un percorso che inizi un processo di propagazione della crescita economica in grado di superare il mare, coinvolgendo gli stati della ex Jugoslavia, l’Albania e in generale l’area balcanica. Saranno i mercati e la finanza, ancorché zoppicanti, le armi riadattate del nuovo secolo.

Paolo Boldrini

(Corriere Adriatico, 4 dicembre 2008)