Paolo Boldrini, La patria disattesa. Le Marche, i personaggi e le storie di un Paese incerto,

Prefazione di Massimo Papini, Ancona, Affinità elettive, 2011, pp. 171, 14 euro.

 

Boldrini delinea con questo libro una decina di quadri, che a Massimo Papini nella Prefazione ricordano - e non a torto - un tipo di giornalismo storico alla Indro Montanelli. Ebbene, in questi quadri velocemente sbozzati, Boldrini mostra di essere al corrente delle più recenti tesi storiografiche e di saper maneggiare la storia politica ed escursioni di storia sociale, su territori resi famigliari alle ricerche da Paolo Sorcinelli.

Il cuore segreto di questa ricognizione è tuttavia la ricerca del nesso fra grande e piccola storia, nello specifico fra la costituzione dell’Italia unita e il contributo offerto dalle Marche, sia in positivo sia come resistenza al mutamento.

Boldrini inizia con Murat e la battaglia di Tolentino del 1815: l’idea del cognato di Napoleone di formare un’Italia unita fallisce sotto le armi austriache e le Marche “non lo aiutano”. Anzi, la leggenda vuole che le truppe murattiane siano state scoraggiate da “false notizie” diffuse a bella posta dai marchigiani. Ora, com’è potuto accadere che da una tale realtà di arretratezza siano nati nello spazio di cent’anni i Mattei, campioni del progresso e dell’intrapresa industriale? Il miracolo va spiegato.

A fare da ponte c’è l’Italia unita, quella figlia del Risorgimento e poi della Grande guerra. Epoche di grandi mobilitazioni, che segnano la fine dello Stato pontificio nel 1860 e dell’esclusione dei contadini nel 1915. Ogni volta le Marche sono state toccate in modo diverso. In modo originale sono entrate nell’Italia unita: non con i volontari né con una sollevazione di popolo, ma con l’esercito regio di Cialdini a Castelfidardo. C’è voluta la Grande guerra a trascinare via i contadini dalle dolci colline marchigiane all’inferno delle trincee venete. È stato questo il prezzo “crudele” pagato dalla regione per “entrare nella storia”, come si dice in questi casi.

Da quanto si ricava dalle annotazioni di Boldrini, le Marche sono una regione la cui fisionomia non si forma al tempo della costituzione dello Stato centralista. Le Marche non figurano nell’Italia unita come una regione all’opposizione, sul tipo della Romagna, le cui elite si danno un profilo repubblicano per contrattare una supposta “diversità” con il Governo del re. Ma la Romagna non deve la propria liberazione alle truppe di un generale monarchico. Le Marche invece, tolte Urbino e Pesaro, sono figlie di Castelfidardo e scoprono più tardi il proprio profilo originale. Un momento di coagulo è costituito dall’imporsi della “questione adriatica” e della centralità del porto di Ancona, quale punto di raccordo fra il mare e Roma, cioè fra l’oriente più prossimo e le vallate che confluiscono, anche dall’Abruzzo, verso la capitale. Si tratta di un sogno di grandezza che spinge Ancona, e tutte le realtà che stanno nel “corridoio” per Roma, a differenza di Pesaro e Urbino, a risentire dei richiami di una politica di potenza, che da Fiume nel 1919 arriva fino alla fine del regime fascista e al secondo dopoguerra. Di qui la definizione: “Marche golpiste”.

Ma questa non è l’unica definizione della marchigianità. Ce n’è un’altra, meno appariscente, ma più pervasiva e duratura; meno incline a subire le oscillazioni della politica contingente, ed è qui che Boldrini appare davvero a suo agio. È il profilo originale delle Marche che si disegna di fronte alla sfida del cambiamento. Ne è coinvolta, in particolare, la società rurale, che oscilla fra grandi paure e altrettanto grandi entusiasmi, tra la fede tradizionale nei miracoli santi e la fede profana nel progresso, che comunque fatica a trovare una mediazione di tipo liberale ai conflitti.

C’è poi un’identità marchigiana che discende dall’esempio dei suoi uomini notevoli, singole personalità di genio o meno appariscenti e impegnate all’interno di apparati burocratici. Come funziona questo tipo di marchigianità? Ha senz’altro diversi significati e vibra con il metallo di chi resta investito dalla sua onda sonora. Per Enrico Mattei, che Boldrini elegge a campione della “razza marchigiana”, le sue origini umili fra Acqualagna e Matelica si fanno sentire come spinta, e lo storico le ravvisa in quel non avere riverenze per nessuno, ma soprattutto in quel fuoco che alimenta la sua “straripante energia”, e che lo porta ai vertici dell’industria italiana del secondo dopoguerra. Le sue origini riappaiono dunque in una missione a favore di quell’Italia che non può più attendere, “viene dai monti delle origini, dalle impazienze matelicesi”. Questa è forse l’ideologia vera di un uomo che “sfugge alle classificazioni”. Ma sa che tutte le figure tradizionali, dai carabinieri ai preti agli avvocati, sono uniti quando “tene lu popolo fermu”. Ebbene, costoro sono da “sbalordire”. E così quel giovane che ha fatto fortuna fuori, torna e acquista beni e rinnova più che può, per rivalsa delle incomprensioni subite: “Mi sono preso la soddisfazione di comprare quasi tutta la proprietà di quel parroco”, confesserà Mattei a un amico.

Boldrini traccia anche una mappa di personaggi e temi curiosi, su cui richiama l’attenzione degli studiosi, dal garibaldino Elia al gran capo del fascismo Silvio Gai, per non dire dei ben più noti Mercantini, cantore del Risorgimento o di un Albertini direttore del “Corriere della sera”. In molti di questi casi, coloro che si sono fatti coraggio uscendo dal comunitarismo regionale, saranno celebrati come personaggi eminenti. Di qui l’attenzione di Boldrini per queste figure singolari, accomunate da un gesto di rivolta. Sembra che l’abbandono del “natìo borgo selvaggio” costituisca il presupposto di quella disposizione d’animo che invade il fuoruscito e gli fa intravedere in ogni ampia terra oltre i confini regionali, una “terra di conquista”. Ma il “borgo selvaggio” esige una taglia sul successo, che si chiama nostalgia. E anche quest’anima delicata entra nel corredo dei prodotti tipici delle Marche.              

Dino Mengozzi (*) in Storia e problemi contemporanei (n. 59, Bologna, aprile 2012)

(*) docente di Storia contemporanea - Università di Urbino