Villarey Polveriera Marche

Novant’anni fa, il 26 giugno 1920, Ancona e le Marche furono al centro dei sommovimenti del biennio rosso. Tutto nasce da un episodio: l’ammutinamento dei Bersaglieri di stanza alla caserma Villarey. E’ un evento che scuote la fragile democrazia italiana, uno squillo di rivolta, il segno di una situazione che va degenerando. I militari si rifiutano di partire per l’Albania. La scintilla si propaga nella città e dilaga nella regione. Poi in Romagna. La protesta contro l’occupazione del paese balcanico si aggiunge alle istanze economiche di larga parte della popolazione. Giovani anarchici, ma anche socialisti e repubblicani saccheggiano alcune armerie e si barricano nel centro città. Non si tratta di un episodio casuale, la situazione era già carica. E’ un’azione che incendia l’autentica polveriera cui sono ridotte le Marche del primo dopoguerra.

Non si riflette mai abbastanza sul dramma di quegli anni, snodo decisivo della nostra storia contemporanea. Il costo della vita aumenta in misura devastante, nel 1919 è già triplicato rispetto all’anteguerra. Una nuova impennata si ha nella prima metà del 1920. Miseria, disordini e scioperi scandiscono la via crucis del leader Giovanni Giolitti che torna al governo dopo i tentativi di Nitti, che i fascisti chiamano Cagoja, e quello del cattolico Meda, frustrato nell’atto di quadrare il cerchio, con l’unica mossa che avrebbe sparigliato: l’accordo tra popolari e socialisti. Ma non è tempo di grandi intese.

Il tramonto dello statista piemontese s’intravvede proprio nei fatti marchigiani. L’azione era nell’aria. Il 14 giugno due treni con materiali militari diretti in Albania sono fermati dai ferrovieri ad Ancona. Si rifiutano di farli proseguire. E il 26 arriva il botto, si aprono tre giornate di moti insurrezionali. Ancona lancia le violenze a Pesaro, Fabriano, Jesi, Chiaravalle, Osimo, Polverigi, Civitanova. A Macerata è proclamato lo sciopero generale. Il bilancio lo lasciamo all’agenzia Stefani del 2 luglio: "Nei recenti moti di questa provincia si sono avuti a deplorare complessivamente 24 morti, di cui 22 in Ancona, uno a Fabriano ed uno a Jesi. Inoltre nel comune di Ancona vi sono stati 411 arrestati, dei quali 356 rilasciati e 55 denunciati. Sono stati sequestrati un'ingente quantità di armi, munizioni ed esplosivi, due camions, due mitragliatrici e della benzina. Nel comune di Chiaravalle vi sono stati 13 arrestati, dei quali 8 rilasciati e 5 denunciati. L'esito delle perquisizioni è stato negativo. Nel comune di Osimo gli arrestati sono stati 35, dei quali denunciati all'autorità giudiziaria solo 8. Sono state anche sequestrate armi. Nel comune di Jesi gli arrestati ammontano a 50, i rilasciati a 25, i denunciati a 40, di cui 21 ancora latitanti. Sono state inoltre sequestrate armi, 43 casse di munizioni per fucili, mitragliatrici, esplosivi di varia qualità, 10 casse di benzina. Infine nel comune di Fabriano vi sono stati 32 arrestati dei quali solo due denunciati".

D’Annunzio scrive ai Bersaglieri di Ancona. Da Fiume il poeta abruzzese chiede lumi nella lettera pubblicata da questo giornale (che si chiamava allora L’Ordine-Corriere delle Marche): "Bersaglieri d’Italia, compagni, fratelli, che avete fatto? Che demenza vi acceca", non è possibile che "vi siate lasciati ingannare e fuorviare dai disertori di Caporetto e dalle scimmie dei disertori di Caporetto", mentre "l’onore d’Italia è calpestato da un branco di straccioni sobillati e prezzolati". "Non può essere vero". Ma più di lui scriverà Mussolini contro "la mascheranza bolscevica del socialismo italiano". Il futuro duce guarda ai combattenti per sfruttare i fatti di Ancona in chiave antisocialista.

I cinque milioni di reduci sbandano, anziché i frutti della vittoria vedono un paese allo sfascio. Le varie formazioni di sinistra guidano i tumulti in maniera spontanea ma velleitaria, persino scollegata dall’azione dei Bersaglieri, cui premeva di più evitare Valona che fare la rivoluzione.

In Parlamento il leader dei socialisti di Ancona, il riformista Bocconi, sollecita la smobilitazione. Giolitti assicura che i reati commessi nelle Marche e ovunque "saranno giudicati dalla Magistratura in assoluta indipendenza" perché il governo non intende intervenire. "La vicenda di Valona va risolta politicamente".

La rivolta di Ancona porterà alla fine dell’avventura dei militari italiani in Albania (in agosto torneranno tutti a casa).

Bocconi e Giolitti la pensano allo stesso modo. Non così i combattenti, che vedono i buoni del tesoro emessi per fare la Grande guerra (quasi 100 miliardi) in mano a chi l’aveva evitata. Dunque piegano a destra e vanno a ingrossare la base politica fascista. Nell’ora della rivolta contano le emergenze, e il finanziamento delle spese per la guerra pesava come un macigno. L’entità di una pressione fiscale che sfiancava l’economia serviva appena a pagare gli interessi del deficit. Guardare a Mosca en attendant Godot serviva a poco, la grande crisi si chiuderà a destra, come sempre in Italia.

Paolo Boldrini, Villarey Polveriera Marche, Corriere Adriatico, 27 giugno 2010