In equilibrio sulla linea d’ombra

 

 

“È vergognoso nascondersi all’epoca, bisogna farla” diceva Evgenij Evtusenko. Sul come, la storia umana diverge. Fatalmente diverge. Le molte vergogne della storia patria ogni tanto tornano, ma è un’illusione ottica, nel paese che ha cancellato la memoria storica.

Sono le vergogne recenti le sole che qualcuno ricorda. Non quella di Adua, un’esplosione di collera popolare dopo i quattromila morti, sopraffatti dagli abissini di Menelik, e prima quella dell’Amba Alagi. Magari quella di Caporetto, non certo i ripugnanti rastrellamenti nel Gorsky Kotar, fatti dai militari del battaglione Macerata, di stanza a Fano: i fanesi erano pochi, i raccomandati del suolo marchigiano molti di più. Catturavano un’umanità di poveri disperati nei boschi sloveni, contadini, sbandati e disoccupati, zingari, come se fossero il gotha del titoismo, gli alfieri del comunismo slavo. Sparafucile in orbace che avevano curato il foraggiamento pesarese e romagnolo del leader ustascia Pavelic, e poi internato i diecimila del campo di Molat, in larga parte donne e bambini come su un’isola più a nord, quella di Rab. E poi le leggi razziali, preludio della vergogna inarrivabile della Shoa. E ancora, l’ecatombe nella neve: la ritirata dal fronte russo, avversata dal marchigiano generale Pascolini. Nei ghiacci di Kangeskai, che nella cartina troverete mai, finì la sua carriera violenta il misconosciuto Giuseppe Avenanti, fascista viscerale, che diresse “Il Popolo di Ancona” e “La Grande Italia”, fucine delle sparute camicie nere, uomo chiave del trapasso dalla democrazia al regime negli anni venti, quello che -proprio su queste colonne- definì Gaetano Salvemini “il più porco tra gli italiani, il più antitaliano tra i porci”. Veniva da Sassoferrato, non da Cambridge. Ma non era neanche un fesso qualunque: era stato vice del partito ad Ancona, segretario a Zara e Gorizia, poi console della milizia, e ancora prefetto di Potenza, di Foggia e di Spezia negli anni trenta, tenente colonnello degli alpini del pluridecorato battaglione Ceva con il quale finirà nella gloria effimera delle imprese folli, senza ragione e senza speranza. Ventanni prima, nella lunga notte del dopoguerra, con la dorica in ginocchio, aveva chiesto al ras Farinacci di replicare per “L’Ordine Corriere delle Marche” un commento sulla vergognosa cacciata di Luigi Albertini, anconetano direttore del Corriere della Sera. E il cremonese non s’era fatto pregare: “Ora Albertini è un vinto: la vipera che tanto veleno schizzò contro il fascismo all’interno e all’estero, è finalmente schiacciata. Riposi in pace”.

L’esportazione della violenza: il golpe uruguagio del presidente Gabriele Terra e di marca anglo-maceratese, le infinite trame della questione adriatica. La mania di potenza, ras e boss, fez e stracci. E scarpe di cartone. E la stucchevole deriva nazionalista che dopo l’abbandono di Fiume lanciò il fascismo nascente (scrisse Zirolo: “rinunciatari di ogni razza, disertori di Caporetto, esultate”).

Vedi alla voce dei senza vergogna anche le incredibili (e infatti spesso non credute) rese dei conti del secondo dopoguerra. Una succede in Arcevia, a guerra ormai decisa. Tredici anziani, tutti facoltosi o benestanti, vengono prelevati da casa e accoppati nella radura di Madonna dei Monti, perchè sarebbero l’improbabile crocevia dello spionismo, la ragione della precedente strage, quella ben più famosa (e vergognosa) di Monte Sant’Angelo. Qui i nazisti ammazzano 40 partigiani del gruppo Maggini e con loro i sette componenti della famiglia Mazzarini che li aveva ospitati. I tedeschi sparano nel mucchio come il 7 aprile 1944 a Fragheto, frazione di Casteldelci. Trenta morti. Quindici sono le donne, sette i bambini.

E ad Urbania la contraddizione dei liberatori che dispensano morte dal cielo: 250 caduti sotto le bombe di una squadra di caccia americani in trasferimento da Foligno a Cesena. Morti così, fuori dalla chiesa, appena finita la messa. Senza un motivo. Ti ammazzano gli occupanti, ti bombardano gli alleati, nella vergogna di un Paese che non c’è più.

 

Paolo Boldrini, In equilibrio sulla linea d’ombra, Corriere Adriatico, 13 aprile 2008