Quel marinaio senza patria

 

Isola di Susak (Croazia). Il vecchio marinaio guarda lontano un Adriatico speciale: appena davanti il bagnasciuga ci sono quattrocento metri di sabbia prima che l’altezza dell’acqua superi i due metri. Rarità assoluta per la Croazia, terra di scogli e di profondi azzurri. Ha in testa un berretto U.S. Army originale. Non è un vezzo di uomo invecchiato male, ma un ricordo di un passato neanche remoto. In quest’isola di 170 anime che d’estate si moltiplicano, tutti hanno conosciuto l’emigrazione negli Stati Uniti e in molti, prima e dopo la fine della Repubblica federale Jugoslava, coltivano il sogno di tornare quassù, tra sole e silenzio. Molti torneranno, lo si capisce dalle case che prendono ad essere restaurate con tenacia. E i vecchi li attendono sul molo assieme coi turisti del mercoledì, che arrivano vocianti col gozzo da Mali Losinj, l’antica Lussinpiccolo, italiana fino all’ultima guerra, poi passata alla Jugoslavia titina. Siamo nel controverso nord ex Jugoslavo, dove la Croazia di Tudjiman appare ancora sospesa tra passato e futuro, con un presente incerto di innovazione e rigidità burocratiche.

La massiccia emigrazione, forte dalla fine degli anni quaranta, conosce ora una buona fase di ritorni. Isola molto fertile, già abitata dal tempo dei romani, se ne parla in una cronaca veneziana datata 884, l’antica Sansego è stata a lungo la patria dei benedettini veneziani. E’ del 1070 la costruzione del monastero. I religiosi dominarono l’isola estendendo la loro influenza su gran parte del Quarnaro, sino all’isola di Ilovik, margine meridionale verso la Dalmazia. La chiesa nella parte alta del borgo è dedicata al Grande Dio di Sveti Nicola. C’è un bel crocifisso del 1200 che la leggenda vuole trasportato dal mare. Nel 1992 è stata ristrutturata coi dollari degli emigranti ritornati. Hanno il dollaro facile e riaprono vecchie cantine. Le sistemano e tornano a commerciare col vino. Cent’anni fa il territorio era tutto coltivato a vite e olivo.

Gli abitanti dell’antica Sansego vivono di attese, ricordi e panorami. Vanno a Lussino per fare acquisti. Parlano un misto di croato e veneto, una cadenza istriana che non capiscono neanche a Fiume. La lingua è persino influenzata dall’esperienza americana. Molti arrivano ogni estate dagli USA, via Lubiana o Francoforte. A Mali Losinj ascoltano il suggestivo jazz etnico di Tamara Obrovac, una Gianna Nannini del Quarnaro, alla Dom Kulture, la casa della cultura. I ragazzini per le strade dell’isola giocano a baseball, americani su questa fertile terra di un Adriatico color zafferano.

Basterebbero dieci minuti di barca veloce, ci vogliono invece almeno tre quarti d’ora per arrivare su quest’isola dal porto di Lussino, dove corre ancora l’eco della disfida calcistica tra serbi e croati. Sono passati alcuni giorni ma della partita parlano ancora perché poche cose sono radicate qui nelle isole del Quarnaro come l’avversione per gli slavi di Belgrado. Ogni bar di Mali e Veli Losinj era stracolmo di gente, coi televisori nelle strade e frotte di persone a seguire l’evento e a fare il tifo. Non è amore per il calcio, qui amano basket e tennis, il resto è folclore. E soprattutto voglia di nuovo, di un rapido addio a quello che resta del regime. Ma non sempre emergono le cose buone del nuovo tempo e non tutto si chiude nel gorgo ottimista dei porti croati, presi d’assalto dai vacanzieri di fine estate. Le serate sono una miscela di suk e mitteleuropa: mercati di tutto, insegne e lampi di neon, pizza e discoteca, con le barche dei contadini che in porto offrono prodotti locali, vino e olio, uva e pomodori soprattutto. Sono presenti anche strane bancarelle-gag con magliette coi disegni porno, che qui, nel paradiso dei naturisti, solleticano al massimo qualche simple-boy.

Il vecchio americano indica il cimitero col bastone, nelle isole croate non di rado i cimiteri occupano i posti migliori, e attacca implacabile la sua diagnosi su quelli che sono venuti qua dopo la fine della seconda guerra mondiale. Parla come Teocoli nell’imitazione di Sergio Maldini: un mix di giuliano caricato e volgare. E’ un uomo della cinque nazionalità, non sapremmo dire s’è una rarità o una curiosità etnografica. Nato austriaco (era l’Austria la patria di Susak prima della Grande guerra) per poi passare all’Italia vittoriosa (1918). Giovinezza da balilla ai margini dello stivale fascista e italiano resta fino al ’45. La dolorosa epopea del secondo dopoguerra vede Susak sotto l’egemonia del croato Tito che impone la federazione Jugoslava. Tallonato e vessato dai comunisti e dalla miseria, il nostro emigra negli Stati Uniti, a New York, nel ’62. Acquisisce la nazionalità americana e negli States resta per oltre dieci anni, facendo tutti i mestieri dell’emigrante. Con quello che gli inglesi chiamano “fuck you money” rientra nell’isola dell’infanzia, di nuovo jugoslavo. Poi –ed è storia recente- la repubblica Croata dopo la violenta fine dell’assemblaggio federale. Non poteva resistere ancora il titoismo senza Tito, e il nazionalismo croato, che il maresciallo conosceva bene, ha avuto la meglio. Strano orgoglio nazionale ancora oggi che rievoca perfino gli ustascia di Ante Pavelic sui muri delle case, barrando la svastica, a voler ricordare l’autonomia della via slava alla reazione.

Il vecchio ci racconta invece di questo suo essere multinazionale, concetto da impresa e mai da singolo, che anche in questo c’è dell’americano. Chi abbia fatto le cose migliori ce lo dice guardandosi prima intorno: l’Italia. Italiane sono la scuola e la fabbrica che lavora le sardine. Roba degli anni trenta, sono oramai chiuse. Da queste parti, a Fiume, il futuro regime provò con D’Annunzio il primo battage propagandistico e Mussolini tuonò sul “Popolo D’Italia” che la vera Italia non era a Roma, ma sul Quarnaro: “Là è il nostro governo al quale d’ora innanzi obbediremo”. Se lo ricorda il vecchio. Per l’Italia ha combattuto anche l’assurda guerra albanese, nel ’39. Dice: “Mussolini? Un bluff, uno spaccone, noi non siamo gente da dittatura. Ma la scuola l’ha fatta lui”.

L’andiamo a vedere la scuola sulla piazza di sabbia: degrado, vetri a pezzi, l’atrio adibito a deposito di scope e materassini. Più avanti, dietro una siepe di pitosforo mossa da una fune, s’agita qualcosa. Sono due capre.

 

Paolo Boldrini, Quel marinaio senza patria, Corriere Adriatico, 7 settembre 1999