Conciliazione Stato-Chiesa, successo del regime fascista

 

Il quarto DVD sulla storia del fascismo -oggi in edicola con il Corriere Adriatico- è centrato sulla Conciliazione tra stato nazionale e chiesa cattolica (1929).

Negli anni tra il 1925 e il 1929 il regime fascista aveva gettato basi solide per il suo dominio sull’Italia. Ben poco aveva in realtà costruito e molto aveva invece distrutto, lasciando un lontano ricordo dello stato liberale. Con la Conciliazione si può dire che il fascismo arrivi ad un risultato concreto e di prestigio internazionale. La questione romana e più in generale i rapporti stato-chiesa erano problemi irrisolti dai tempi del Risorgimento, ed è singolare che sia proprio l’ex mangiapreti romagnolo a gestire la conciliazione e firmare i patti lateranensi col cardinale Pietro Gasparri. I patti si composero di un concordato, di un trattato e di una convenzione finanziaria. Il concordato sanciva l’obbligo per i vescovi di giurare fedeltà allo stato e questi, a sua volta, garantiva gli effetti civili del matrimonio religioso e introduceva l’obbligo dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Nel trattato, lo stato italiano attribuiva alla santa sede la giurisdizione assoluta su di un territorio cui veniva attribuito il nome di Città del Vaticano. Per contro, la chiesa cattolica riconosceva il regno d’Italia con Roma capitale. La religione cattolica era l’unica religione dello stato. La convenzione finanziaria dispose l’indennizzo di 1.750.000 di lire a favore del Vaticano quale risarcimento per la perdita dei proventi che alla chiesa venivano dalla gestione del fu stato pontificio. Agli accordi seguì la nomina del primo ambasciatore italiano in Vaticano, il baffuto conte Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon, quadrumviro del fascismo. Monarchico integrale, veniva bonariamente sfottuto da Mussolini che lo chiamava “re di complemento”. De Vecchi resta in carica fino al 1935, è apprezzato da Pio XI ed è abile a gestire gli inevitabili litigi post-concordato. In particolare cerca di frenare Mussolini che chiede l’allontanamento da Roma di Alcide De Gasperi (definito “caporione”) una stampa cattolica più moderata e un’Azione Cattolica che abbandoni sia la “provocazione sindacalista” che i comportamenti da partito politico. Mussolini considera inopportuno che ex deputati popolari siano “ricoverati a guisa di fuoriusciti nella stessa Città del Vaticano”.

Il rapporto di Mussolini con Roma è controverso: se da un lato la conciliazione con la chiesa cattolica lo vede protagonista, dall’altro la capitale resta uno dei suoi chiodi fissi. Roma è il simbolo dell’impero che fu e che lui vorrebbe riedificare; l’esaltazione della romanità arriva a manie cesariste con la convinzione che la rivoluzione fascista sia lo spartiacque tra una civiltà in declino e una, di tipo nuovo, che il fascismo porta con se.

Sul fronte politico-economico sono gli anni in cui, come ha giustamente sottolineato Renzo De Felice, il fascismo vede fallire la pretesa di fare del corporativismo un sistema economico da contrapporre sia a quello capitalistico che a quello comunista.

 

Paolo Boldrini, Conciliazione Stato-Chiesa, successo del regime fascista, Corriere Adriatico, 29 settembre 2006