I giorni dell’armistizio

 

Non sapevamo come dirlo. L’armistizio era cosa fatta ma Badoglio prendeva tempo. Arrivò ad avvisare Eisenhower che il governo italiano non era in grado di diffondere l’annuncio dell’armistizio a causa della persistente presenza di truppe tedesche intorno a Roma. Si traccheggia, com’è nel nostro costume. Nel pomeriggio, alle 16,30 radio New York anticipa la notizia, poco dopo l’annuncio ufficiale lo da lo stesso Eisenhower. A quel punto è Badoglio, mancano pochi minuti alle 20,00, che parla alla radio: “Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno a eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza”. E’ uno sfilarsi scivolando via, a voler quasi sparire. Mai i fatti urlano, la guerra si fa in casa nostra, i tedeschi hanno già iniziato a rastrellare i soldati italiani nel nord Italia, dove Erwin Rommel ordina e ottiene l’occupazione dei punti strategici. La realtà della nostra fuga è piuttosto la verità dello sbando. Le forze armate si sfaldano, sono prive di ogni plausibile direttiva, ognuno va nella direzione che ritiene più opportuna. In poche ore crolla a pezzi la struttura militare della nazione. All’alba del giorno successivo, il re e Badoglio filano a Pescara e da lì, in nave, verso Brindisi. E’ uno dei momenti più bassi della nostra storia nazionale: diamo l’immagine squallida di una classe dirigente che fugge le responsabilità di comando e abdica al suo ruolo istituzionale. Il mito dello stato nazionale è irriso da una leadership pietosa, meritevole di arresto per vagabondaggio. La prospettiva che si apre è quella di una lunga guerra di eserciti stranieri sul nostro territorio. Un conflitto che si incrocia con la guerra senza fine tra le due Italie -iniziata ai tempi di Giolitti- e che torna prepotente dopo il forzato break del ventennio. Sono le due Italie del prefascismo, sintesi di un paese diviso in cento fazioni, quelle che si batterono prima e dopo la Grande guerra. E che ora rivendicano a se la tradizione patriottica e risorgimentale. Puro verbalismo, in verità. Perché il tratto saliente della vicenda italiana del novecento resta la sostanziale distanza delle masse dalla vita pubblica. Così come l’avvento del fascismo aveva visto una larga fascia di indifferenti (sui quali Mussolini aveva più volte ironizzato) così pure la vittoria della resistenza ebbe una connotazione fortemente elitaria (di avanguardie ideologiche e militari). La sollevazione popolare di massa contro i fascisti e l’esercito tedesco appartiene ad una mitologia resistenziale che non ha riscontro nella realtà dei fatti. Lo stesso Pietro Nenni parlò di una parte belligerante così piccola che “nessuno può sfuggire ad un sentimento di umiliazione nazionale”.

Comunque sia i fascisti, dietro pressione di Hitler s’inventano la Repubblica Sociale (che vede al governo i marchigiani Gai e Mazzolini) e sperano nella catarsi rigeneratrice del social-fascismo. Dopo vent’anni di regime e una guerra folle, è solo un tentativo patetico. A sinistra il patriottismo partigiano nega alla RSI l’appartenenza alla nazione italiana e il motivo nazional-patriottico, connesso col motivo della libertà, fu certamente il principale elemento di unione fra le varie forze politiche della resistenza. Lo stesso Togliatti parlò chiaramente di una “guerra sacra di liberazione nazionale” di una guerra “per salvare l’indipendenza e l’onore dell’Italia”. La resistenza dunque come secondo risorgimento, per ridare la spina dorsale all’Italia e ricominciare -in piena guerra- una vita civile.

Il frutto dell’otto settembre è però in fase di tragica maturazione. La devastante ritirata tedesca verso il nord è scandita da una violenza senza fine, di pura rappresaglia: è una guerra già persa e forse per questo più feroce. In mezzo ci stanno i bombardamenti alleati con logica militare talora incomprensibile (il caso di Urbania è emblematico) che aggiungono dolore alla tragedia. L’onda lunga di quell’otto settembre si accanisce poi sui più lontani, nelle isole joniche o nell’Egeo come in Albania, in Jugoslavia, persino nel sud francese, in Costa azzurra. Ovunque ritorna il dramma dell’esercito italiano abbandonato dai suoi capi. Ufficiali spariti, tornati a casa, imboscati, passati coi tedeschi. E quando presenti, come a Cefalonia, incapaci di guidare l’esercito nella bufera del cambio di campo.

Paolo Boldrini, I giorni dell’armistizio, Corriere Adriatico, 8 settembre 2006