La storia del fascismo

 

Esce oggi il terzo dvd sulla storia del fascismo, “La sconfitta delle opposizioni e la costituzione dello stato autoritario” (1925-1926) prodotto da Rai Trade.

Dopo il delitto Matteotti la situazione appare ancora fluida. E tuttavia Mussolini si muove su un terreno che gli è sempre più congeniale. Si destreggia tra le divisioni parlamentari delle opposizioni come pure nella gestione del fascismo-movimento. Prova a limitare l’ala dura del movimentisti  (quella che da tempo spinge perché si compia anche formalmente la svolta autoritaria) sostiene esponenti più moderati, tra i quali soprattutto gli ex nazionalisti Luigi Federzoni e Alfredo Rocco (colui che sarà poi l’architetto dello stato nuovo fascista) e cerca di attrarre il consenso del mondo della cultura. Non che abbia in mente quella normalizzazione che chiedono le opposizioni, tutt’altro: il 3 gennaio 1925 Mussolini va alla Camera e assume la responsabilità diretta di quanto avvenuto in quei terribili mesi. Rompe gli indugi e avvia con decisione la fase di costruzione del regime. Le opposizioni attendono interventi istituzionali che possano destituire l’ex socialista di Predappio. Attesa vana. Passano invece le leggi cosiddette fascistissime e si instaura il regime reazionario di massa. La vittoria del fascismo sul liberalismo dell’età giolittiana non può essere più completa. Il sistema parlamentare, scriveva Alfredo Rocco già nel 1914 “è il predominio politico di intermediari non governanti e irresponsabili”. Mussolini rimuove la politica del parlamento e la sostituisce con quella della piazza e poi della caserma, non rinnova la politica, la militarizza. Con o senza il consenso di masse inerti, poco o nulla permeate dalla recente tradizione liberale, illuse dalla prospettiva rivoluzionaria agitata nel biennio rosso (una sollevazione che i marxisti italiani attesero, in verità, più da Mosca che da Roma). Con o senza l’appoggio di industriali e agrari. Perché il fascismo è materia che attiene alla sfaldarsi dello stato liberale più che ad un fatto di finanziamenti (che pure ci furono e furono importanti, almeno nella fase del primo dopoguerra) e di marce su Roma. Il senatore Giovanni Agnelli disse che gli industriali erano “ministeriali per definizione”. Di più: nel 1923 Agnelli aveva chiesto a Mussolini di smobilitare la milizia. Ancora nel 1925 il Popolo d’Italia accusava la Fiat di favorire nelle commissioni sindacali il ruolo della Fiom piuttosto che l’affermarsi del sindacalismo fascista. Più che il ricorso ai poteri forti dunque (una mania tutta italiana) furono decisivi la miseria collettiva, prodotta da una guerra vinta a prezzi enormi, e quel mito della vittoria mutilata: una frustrazione avviata alla lotta politica, uno spaesamento solleticato a fini radicali. Un fatto di classi medie e borghesi ignorate dai partiti tradizionali, che piegano a destra come i reduci (in maniera massiccia a partire dal 1920, per una forte mutazione della base politica fascista) credendo che Mussolini porti al governo l’Italia migliore, quella scesa da Vittorio Veneto. Una tragica illusione.

Paolo Boldrini, La storia del fascismo, Correre Adriatico, 22 settembre 2006