1929. La Grande crisi e la sua negazione

Capitolo 5 (estratto):

 

Capitolo 5 (estratto):

 1929. La Grande crisi e la sua negazione

 La grande crisi? C’è e non c’è. Riappare e scompare, come in un gioco di prestigio.

Poi si decide che è tutta una montatura speculativa. Bisogna lottare piuttosto “contro il disfattismo criminoso”. Il diktat da Roma (spesso sono riprodotti gli editoriali di Arnaldo Mussolini del Popolo d’Italia) è perentorio: noi siamo altro rispetto ai disperati del mondo. “Dopo la rivalutazione della Lira”, “le cifre che si hanno dimostrano che gli istituti bancari si sono bene adeguati al nuovo ambiente monetario”. Nonostante i pessimi indicatori il giornale scrive (il giorno di Santo Stefano del 1929) che “Il 1926 è stato l’ultimo anno di moneta avariata” poi col fascismo al lavoro i successi non sono mancati. Certo non si può negare che “l’inizio del chiasso o dissesto borsistico si è avuto a New York” cui si concede, la palma di piazza finanziaria centrale (ma solo “dal 16 ottobre ad oggi la capitale degli affari del mondo intero”) tuttavia “non esistono pericoli”.

La negazione della crisi è da manuale, persino nelle cronache locali c’è un black out sulla notevole serie di chiusure, fallimenti, sul clima penoso che vive la popolazione civile. “Il marasma americano ha traversato -come un uragano- l’Atlantico e così si sono avuti i collassi a Londra, le giornate nere a Berlino, il panico a Parigi. Il ciclone ha pure superate le Alpi, e benché le quotazioni dei nostri titoli fossero assai inferiori al loro valore si è operata, attraverso la suggestione paurosa e il cretinismo infantile dei portatori di titoli, un’ondata di ribasso. Niente di pericoloso; è una ventata di speculatori che frodano gli imbecilli e tentano d’insidiare la formazione dei bilanci di società solidissime. Tornano a galla, sotto spoglie diverse, coloro che erano alle prime piazze nella politica inflazionistica e naturalmente tornano a boccheggiare le solite vittime della suggestione”.

 

Il giornale minimizza sugli aspetti multiformi di una crisi senza precedenti. Che miete vittime in città e nella regione. La questione economica appare lontana e viene gestita con l’ottimismo di regime.

Il direttore Ernesto Daquanno si occupa molto di politica internazionale, meno di economia. Compaiono i fondi rassicuranti di Dario Lischi (che negli anni e nei mesi precedenti, con le direzioni di Serafino Mazzolini e di Alighiero Castelli si firmava Darioski, e sfotteva i comunisti sovietici) dai titoli eloquenti: “La vittoria consacrata del fascismo” e “Per avvantaggiare la nostra economia”.

La moneta tiene, la tesi è sempre la stessa: “Nello sfondo non esistono pericoli”.

Ci sono inviti alla calma, a non fare il gioco della speculazione internazionale, che da noi ha poca fortuna perché deve contare su “gente ignorante” che qui, nell’Italia fascista, scarseggia. Attenzione però ai finanzieri di paese, agli improvvisati cultori del mercato aperto. Non può salire in cattedra chi può al massimo “negoziare sementi e granaglie nei mercati di provincia”, mentre invece “si va riempiendo la bocca di parole paurose di carattere esotico”. 

(segue)

 

Paolo Boldrini